LA FIGURA E L’OPERA DI SAN TOMMASO D’AQUINO, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA QUAESTIO 114, ESPOSTA NELLA SECONDA SEZIONE DELLA SECONDA PARTE DELLA SUMMA THEOLOGIAE”, DAL TITOLO “L’AMICIZIA E AFFABILITȦ.
L’opera di San Tommaso d’Aquino “Summa Theologiae”, è il pilastro della teologia, che costituisce il fondamento dell’impianto teologico e cristologico della religione cristiana, in modo particolare di quella cattolica. Certamente i Padri della Chiesa hanno gettato le basi di questo impianto teologico, da sant’Agostino a san Gregorio Magno. In modo particolare S.Agostino adotta il paradigma del sistema speculativo di Platone e lo trasforma in senso cristiano. Tutta la filosofia e la teologia, a partire dal III secolo, si sviluppa all’insegna del platonismo. Parallelamente la filosofia scolastica, che si sviluppa a partire dalla rinascita carolingia (768 -814),fino alla sua massima fioritura (1100 – 1200), prende in considerazione i grandi temi della filosofia e della teologia, posti dal platonismo, ma in modo particolare dall’aristotelismo. San Tommaso d’Aquino, partendo da Aristotele, ne trasmette le istanze nella teologia cristiana, concentrandosi su vari aspetti, dalla metafisica all’antropologia, alla teologia, alla Cristologia. In questo lavoro intendo mettere in luce i seguenti punti:a)la struttura e l’impianto generale della Summa Teologiae; b) il percorso dell’uomo verso la beatitudine;c) presentazione dell’argomento 114: “ l’amicizia e affabilità”, discussa da San Tommaso nella sezione seconda della parte seconda della Summa.
In riferimento al primo punto, la Summa prende corpo, perché i Domenicani, ordine cui aveva aderito san Tommaso, gli affidano l’incarico di redigere uno studio della teologia, ad uso degli studenti, allo scopo di mettere ordine tra le istanze provenienti dalle diverse scuole di pensiero del tempo. Il termine “Summa”, infatti, sta ad indicare l’esame ordinato di tutta la conoscenza. La Summa si divide in tre parti, di cui la seconda parte è suddivisa ancora in due parti. Nella prima parte viene affrontato il tema dell’esistenza di Dio, le cinque vie per giungere all’esistenza di Dio, l’essenza divina, la distinzione delle persone divine e delle creature. Nella prima sezione della seconda parte viene affrontato il tema delle azioni dell’uomo per il conseguimento della beatitudine e ciò che ne consente o impedisce il raggiungimento. Nella seconda sezione della seconda parte viene affrontato il tema delle attività intellettive e volontarie, suscitate dalla Grazia, e delle forme di vita attraverso cui si ritorna alla beatitudine. La terza parte è dedicata a Cristo e al significato dell’azione salvifica dell’incarnazione. Per quanto riguarda il problema dell’esistenza di Dio, che troviamo nella prima parte, le domande che Tommaso pone, denotano il desiderio di ricerca e di una scoperta: Dio esiste? Qual è la sua natura? Chi sono le persone trinitarie? In che rapporto stanno? Prima di domandarsi però se Dio esiste, bisogna chiedersi chi o che cosa è Dio; o piuttosto che cosa non è Dio, come viene suggerito dalla teologia negativa o apofantica, cioè quella teologia che si pone la domanda su cosa non è Dio. Secondo il metodo apofantico o teologia negativa, è più semplice dare risposte su ciò che Dio non è, piuttosto che su ciò che Dio è. Possiamo dire, infatti, che Dio non è complesso, che non è limitato…cioè Dio non viene connotato da alcuna caratteristica o categoria, perché Egli semplicemente è. Inoltre in Dio non c’è alcuna differenza tra l’ente e l’esistente, cioè tra la sua natura e il suo essere esistente, ma possiamo dire che Dio è l’esistenza, cioè è l’atto stesso di esistere. Il medesimo ragionamento possiamo farlo circa i suoi attributi. Dio, ad esempio, non è solo buono, ma è la bontà, non è solo bello, ma è la
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bellezza…e cos via. Ciò vuol dire che tutti gli attributi di Dio sono contenuti nella sua essenza, che è anche esistenza. Dio, dunque, è la piena perfezione. Altro punto fondamentale della prima parte della Summa sono le cosiddette “prove” dell’esistenza di Dio, anche se Tommaso le chiama “vie”, che portano all’esistenza di Dio. Movimento, causalità, contingenza, perfezione, finalità sono le vie che Tommaso indica e che postulano l’esistenza di Dio. Per muoversi, tutti i corpi devono essere mossi, ma non si può procedere all’infinito, per cui si deve postulare un Ente, che sia esso stesso movimento. Questo è Dio e che imprime il movimento. Il principio di causalità si basa sul concetto di causa efficiente. Dagli effetti è possibile risalire alla causa, ma anche in questo caso, non si può procedere all’infinito, ma bisogna postulare una causa iniziale. Questa è Dio. Il principi di necessità-contingenza. Ogni cosa è contingente, perché temporale e ha bisogno di un principio necessario, da cui scaturisce la temporalità. Questo principio necessario è Dio. Il principio di perfezione, in base al quale tutte le cose sono imperfette. Se infatti fossero perfette, non avrebbero bisogno di un atto perfetto che ne imprima la perfezione. Ne consegue che hanno bisogno di un principio perfetto, per continuare a sussistere, sia pure nell’imperfezione. Il principio finalistico si basa sul fatto che tutti gli enti sono animati da un principio, che fa convergere tutto verso un fine comune che è Dio. Queste indicazioni sono fondamentali e costituiscono la base, sulla quale Tommaso costruisce tutto l’impianto teologico.
Per quanto riguarda invece l’Unità e Trinità di Dio, dobbiamo partire dalla rivelazione, cioè dalla fede. Questo è uno scoglio, ma viene superato proprio dal concetto stesso di Rivelazione, cui il cristiano deve fare riferimento, essendo materia di fede. La ragione, infatti, può aiutarci, ma fino a un certo punto. Essa con i suoi limiti può soltanto presentare i preamboli della fede. La fede, a sua volta, deve sostenere la ragione e illuminarla nella ricerca. Vale la pena citare, a questo a proposito, l’enciclica di San Giovanni Paolo II “Fides et Ratio”,promulgata il 14 Settembre 1998, che tende a stabilire un dialogo tra fede e ragione. Nell'enciclica vengono fissati i punti di discussione della fede, quelli della rivelazione e quelli della ragione, che fa affidamento alla scienza. Potranno convivere e marciare insieme in armonia? Certamente sì, perché la ricerca è in atto e tutti dobbiamo adoperarci ad usare lo strumento della regione con l'aiuto della fede e viceversa. La fede e la ragione, come recita l’introduzione, sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. Fede e ragione non si escludono, ma si completano a vicenda. Accogliere la fede significa pensarla attraverso l'intelletto, al quale Dio si rivela. Nessuna fede dunque va accettata, se questa fede non parte dall'intelletto, mediante il quale Dio si è rivelato. A ben riflettere, Dio non si è rivelato alle cose inanimate, ma all'uomo, che ha un intelletto, cui segue la volontà. Intelletto e volontà sono quindi strumenti per accogliere la rivelazione e quindi la fede. Da ciò non si deve prescindere, altrimenti cadremmo in due insidie che sono: a) il fideismo, cioè il fanatismo religioso; b) il relativismo religioso. Il riferimento all'enciclica Fides et Ratio è opportuno, proprio perché in essa troviamo tutte le istanze filosofiche e ancor più teologiche presentate nella Summa. A proposito della rivelazione, inoltre, Dio si rivela come Padre, Figlio e Spirito Santo. Essendo Dio essenza e atto di essere, è una fonte inesauribile di essere ed egli si rivela interamente come Padre, Figlio, Spirito Santo e in questo
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rivelarsi egli è paternità e figliolanza ed è spirito. Questo rivelarsi è anche un relazionarsi. Si comprende perché San Tommaso attribuisca grande importanza alla relazione.
Nella prima sezione della seconda parte della Summa, Tommaso affronta il tema della beatitudine, che è il fine di tutte le creature. La ricerca si basa sulla modalità di dirigersi, di ritornare a Dio, cioè il vedere e conoscere Dio. Conoscere significa che nell'atto del conoscere diventiamo la realtà che conosciamo. Ciò vuol dire che noi stessi ci arricchiamo di divinità, fino a diventare divini a nostra volta. Dal punto di vista filosofico, si potrebbe paragonare questo livello di conoscenza all'indiamento di Giordano Bruno, che consiste nell’entrare in Dio ed essere pieni di Lui. La beatitudine, tuttavia, non è un fatto razionale, ma è semmai simile al conoscere, cioè un diventare la realtà che conosciamo. In ciò si può trovare un’affinità su quanto afferma Giordano Bruno, a proposito degli eroici furori. Poiché la realtà che conosciamo è Dio, di conseguenza diventiamo anche noi come Dio o siamo con Dio in un rapporto di intima comunione o in un rapporto di assoluta empatia. Tuttavia il termine assoluta significa sciolta da ogni legame con la materia. Ora se la beatitudine è conoscere Dio cioè l'unione con Dio, come si raggiunge questa Unione? Si raggiunge mediante la volontà, che è quella volontà che mi fa andare verso qualcosa e che possiamo chiamare anche desiderio. Ora accanto alla volontà ci sono le passioni dell'anima e queste passioni, tuttavia, non sono di per sé cattive, ma dipende dall'uso che se ne fa. Sono proprio le passioni che paradossalmente diventano il motivo che accende la volontà di orientarci verso la beatitudine. La domanda dell'uomo è: dove dobbiamo andare? Ci sono due vie da percorrere. La prima riguarda la struttura esteriore, rappresentata dalla legge; la seconda invece riguarda le strutture interne rappresentate dalle virtù che sono disposizioni, modi abituali di comportarsi. Nella struttura interiore troviamo le virtù teologali di fede, speranza e carità, che sono illuminate dalla Grazia.
Per quanto riguarda il terzo punto della traccia, Argomento 114, Amicizia e affabilità, La quaestio impostata da Tommaso si basa sul concetto di amicizia o di affabilità. È una questione interessante, che investe l’etica e fa riferimento all’etica Nicomachea di Aristotele. La domanda è se l’affabilità sia una virtù speciale o se sia una parte della giustizia. A questo proposito, viene posta la questione se costituisca una simulazione il fatto che una persona mostri segni di amicizia a coloro che non ama. In poche parole: come trattare gli altri, dal momento che le Scritture mi comandano l’amore fraterno? Quello che può sembrare un rompicapo, in effetti viene risolto da tommaso in modo originale. La virtù è ordinata al bene, quel bene che è costituito dall’ordine. Ne consegue che l’uomo deve comportarsi in maniera ordinata in rapporto ai suoi simili, in modo da trattare tutti secondo il dovuto. Occorree perciò una virtù speciale, che conservi l’ordine. Questa virtù è l’amicizia o affabilità, che è lo strumento che ci mette in relazione con gli altri, nella normalità della vita. Certamente esiste un altro tipo di amicizia, che si chiama affetto, ma ciò è oggetto di osservazione nella Quaestio relativa alla carità. L’amicizia o amabilità è e deve essere la regola di vita di ogni persona ed è parte integrante della temperanza. Essa, come l’affabilità, è portatrice di gioia e pertanto non può basarsi su una simulazione, che sarebbe dannosa sia sotto l’aspetto morale che sotto quello spirituale e investe la sfera del peccato. Sembra di capire che la sincerità sia la base di ogni buona
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amicizia. Ma questo è, come detto, un argomento che investe la sfera della carità, cui ognuno comunque deve tendere.