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Categoria: Saggi
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Aldo Gervasio

L’EMPATIA E IL RECUPERO DELLA PRESENZA IN  EDITH STEIN

Estratto dal volume n.7/2016 di "Civitas et Humanitas", Centro per la Filosofia Italiana, Ed. Milella, 2016.

Il tema che andiamo ad affrontare s’inquadra nell’ottica della salute globale e dell’istanza fenomenologica del recupero dell’essere. Lo analizzeremo dal punto di vista dell’empatia, così come proposto da Edith Stein[1], convinti del fatto che la dimensione empatica sia fondamentale nel rapporto interpersonale e nel recupero di quell’essere esistenziale tanto caro a Heidegger.

 Dell’empatia si può parlare in tanti modi, dal punto di vista filosofico, pedagogico, psicologico, spirituale, ma, per quanti sforzi riusciamo a fare per trovare una sintesi unitaria, ci troveremo sempre di fronte alle diversità di vedute tra queste discipline, sebbene esse concorrano all’unità.

L’empatia può essere considerata addirittura una cosa banale nel linguaggio comune, come quando si dice “tra me e quella tale persona c’è empatia” oppure quando ci si esprime nei confronti dei figli, come nella seguente transazione “tra me e mio figlio/a c’è un rapporto empatico”; o come quando in un gruppo si auspica che si formi empatia. Ecco allora che la parola “empatia” è spesso abusata e usata talvolta fuori luogo o perlomeno utilizzata con accezioni e sfumature diverse. Occorre, dunque, andare alla ricerca del significato pregnante, cioè autentico, che ci riporti nella giusta dimensione, per comprendere cioè come essa possa concorrere al recupero della presenza. Per completezza di idee, diciamo che del problema dell’empatia se ne è occupato anche Bruno Bettelheim, per cui sarà opportuno stabilire un confronto tra queste due posizioni, quella di Bruno Bettelheim e quella di Edith Stein. Partendo da una ricerca lessicale del termine, leggiamo: “Per empatia (Einfulung o Empathie) si intende il tentativo di riprodurre in proprio i sentimenti altrui al fine di comprendere l’altra persona. La via per partecipare ai sentimenti altrui passa primariamente per la comunicazione verbale, ma anche per la spontanea espressione del sentimento. Nella prassi psicologica l’empatia assume una particolare importanza, pur non avendo mai acquistato il significato di metodo scientifico, perché non oggettivabile”.[2] Prendiamo come punto di partenza la citata definizione, per aprire l’orizzonte e considerare l’empatia come base per il recupero della presenza.  Come affermato in precedenza, studi sull’empatia sono stati compiuti sia da B. Bettelheim che da Edith Stein; l’uno, partendo dalla famiglia, giunge a una definizione dell’empatia in termini psico-sociali e affettivo-relazionali, l’altra, partendo dal mondo della vita, elabora una teoria dell’empatia in chiave mistagogica[3]. Entrambi colgono nell’empatia il significato profondo, che è quello di mettersi al posto di un altro.  Riportiamo un pensiero di Bruno Bettelheim, che definisce la sua esperienza come: “…i miei sforzi  portati avanti tutta la vita, per scoprire e verificare che cosa occorre per riuscire a crescere bene i nostri figli, che magari non faranno necessariamente una buona riuscita agli occhi del mondo, ma che riflettendoci, si sentiranno contenti di come sono stati allevati, e contenti, tutto sommato, di quello che sono, nonostante gli inevitabili difetti, di cui peraltro nessuno è privo”.[4]  L’osservazione di Bettelheim è un invito a considerare i rapporti genitore-figlio nell’ambito di una pedagogia della famiglia, anche se, con tutta evidenza, questa rimanda al senso più pregnante di una pedagogia della persona. In effetti lo stesso autore, affrontando il problema della persona, accenna alla caratteristica dell’empatia quale momento fondamentale di massimo rapporto nella diade genitore-figlio: “l’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino ,comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere , l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti adulti e bambini…avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno, come potrebbe fare un osservatore interessato o anche coinvolto, che cerchi di capire i motivi dell’altro con l’intelletto”.[5]

 Edith Stein ci presenta  l’empatia come una scienza presentificante, in quanto “è un vissuto originario, una realtà presente: quello che presentifica, però, non è una propria impressione passata o futura, ma un moto vitale, presente ed originario di un altro che non si trova in alcuna relazione continua con il mio vivere e non lo si può far coincidere con esso. Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale e compio un impulso quasi dello stesso tipo di quello che potrebbe causare un movimento - percepito quasi dall’interno - che si potrebbe far coincidere con quello percepito esternamente. Se la presentificazione empatizzante non fosse motivata dalla percezione esterna, allora non si distinguerebbe dalla fantasia. Perciò essa partecipa al carattere posizionale dell’apprensione motivante. Sia il contenuto della percezione esterna che quello dell’empatia si accordano vicendevolmente, nella misura in cui ho osservato il movimento vitale originario, che cerco di rendere intuitivo empatizzando, come realtà”. [6]Il pensiero di Edith Stein ci porta in una nuova dimensione educativa, che va anche oltre quella visione della pedagogia dell’umanesimo e della prospettiva spiritualistica di Bergson, per proiettarsi in una dimensione mistagogica, in cui l’altro diventa parte integrante di me stesso per la realizzazione di un unico fine.   “Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale…” E’ questa l’affermazione-chiave, che rafforza il concetto di empatia, in quanto ricco di quella valenza in più rispetto alla definizione di Bettelheim e a quella che ne fornisce la psicologia. Il concetto di empatia, elaborato già da Husserl quale mondo della intersoggettività, trova, quindi, nella sua brillante allieva, quella compiutezza espressiva e di significato totalizzante. Da questo angolo prospettico e in sintonia con l’umanesimo pedagogico di Maritain, lo spiritualismo di Mounier, Bergson e Unamuno, non si può ridurre l’uomo al prodotto della società industrializzata e considerarlo “ad una  dimensione” (Herbert Marcuse, 1898-1979). Il capitalismo e la conseguente società mercantile hanno generato questo quadro realistico, di cui ne paghiamo le conseguenze molteplici, afferenti cioè a diversi ambiti.   

 L’umanesimo pedagogico, lo spiritualismo, sono di per sé apertura verso l’altro, per suscitare, accanto al “pensiero forte” quello che Giuseppe De Gennaro chiama “pensiero fortissimo”.   Questo concetto viene espresso più compiutamente dallo stesso autore in uno scritto, in cui vengono indicati i parametri entro i quali si attua una completa formazione .[7]  In un momento in cui la visione positivistica sembra abbia fallito il suo obiettivo, anche se, imperterrita, ne segue la marcia, e tutti gli idoli da essa prospettati sembrano risultati non attendibili, è naturale domandarsi se non sia il caso di invertire la rotta e proseguire per ben altri lidi e porre mano a quella che Platone chiama “la seconda navigazione”, che, fuori di metafora, è quella della ricerca vera, autentica e che conduce la persona verso mete paradossalmente più certe.

 fenomenologia come come sistema e metodo, è necessario attendere colui che della fenomenologia è il padre, cioè Edmund Husse, il quEdith Stein sviluppa il concetto di empatia, partendo dal principio che alla base di ogni rapporto intersoggettivo, c’è necessariamente un aspetto fondamentale fenomenologico, in virtù del quale il singolo si rende conto dell’altro singolo. E’ questo “rendersi conto di” che affascina la studiosa e la proietta in una continua ricerca dell’altro, dell’interiorità, dell’altro come fenomeno, cioè come fonte di conoscenza profonda. E’ questa conoscenza profonda che si trasforma in empatia. Partendo da questo concetto,  Edith Stein raggiunge le più alte vette della mistica, abbracciando fino in fondo la sua Croce, unica speranza.[8] E’ in questa prospettiva che va vista la persona: è la dimensione della salute globale.    In un periodo in cui il pensiero forte domina la scena culturale a cavallo tra la fine del vecchio e   l’inizio del nuovo secolo, mentre si moltiplicano quei “maitres à penser” che tentano di imporre   i loro modelli, si rende necessario il forte richiamo  al pensiero fortissimo di G.De Gennaro. Nella fattispecie il pensiero  fortissimo non può che andare oltre l’uomo, nella direzione del trascendente, passando comunque attraverso la corporeità, in quella visione Eckartiana dell’uomo quale “finitum quod tendit ad infinitum”[9].  Ci rendiamo conto della difficoltà  nel passaggio dal razionale alla libertà, indubbiamente, ma occorre anche uno sforzo, quel conatus, che permetta  il passaggio all’incondizionato e alla libertà attraverso la vicenda umana del singolo e della collettività, attraverso quell’esperienza dell’alterità, che Edith  Stein attua attraverso l’empatia.

Nel già citato testo di Edith Stein “introduzione alla filosofia”, viene indicata   la dimensione relazionale, che supera quel “mondo della intersoggettività”, di cui parla il suo maestro Edmund Husserl, per aprirsi verso una dimensione mistica, attraverso cui Edith Stein  concretizza quel suo progetto di vita, che è la ri-costruzione dell’uomo, appunto dell’uomo come totalità, in linea perfetta con il progetto riforma di Ignazio di Loyola con gli Esercizi Spirituali, con quello di S.Giovanni della Croce, il poeta de  “la noche obscura” e del “cantico spirituale” e con il progetto di Teresa De Avila, la Dottora del “Castello interiore”. E’, questo, un rimedio a quel malessere strisciante, a quella crisi della presenza,  tra quelle aggregazioni indistinte e massificate, in cui si è più soli aggregati di quando si è veramente soli? Certamente non è la soluzione, ma una proposta, che indica una strada percorribile, al fine di liberare l’uomo dalle distrazioni malefiche della vita quotidiana, come può essere una notte da sballo o la sistematica dipendenza  da tutto ciò che produce tossicità.  Il concetto di empatia viene ripreso e completato in altri scritti di Edith Stein, tra cui eccelle “essere finito e essere eterno”, in cui, dopo aver tentato di chiarire il concetto di “ousia” (prote ousia e deutera ousia), la filosofa si sofferma compiutamente sull’immagine della Trinità nella creazione, immagine a cui perviene attraverso la ricerca del senso dell’essere. E per dare senso compiuto a quanto stiamo affermando, leggiamo: “tutto ciò che è da me vissuto viene dalla mia anima, è l’incontro dell’anima con qualcosa che la impressiona. Il suo punto di partenza   può trovarsi in superficie o in profondità. La provenienza e l’ordine a strati dell’anima stessa si manifestano attraverso l’esperienza vissuta che ha origine da essi e in essi perché si apre in essa, e così essi giungono al loro essere attuale, presente-vivente”.[10] In quest’ottica presentificante troviamo, indubbiamente, il motivo che anima la ricerca di Edith Stein e che si invera in quella salita verso la “settima stanza” del Castello interiore di Teresa di Avila.[11]

In questa visione mistica del mondo della vita, il problema posto da Kierkegaard tra la “vita estetica e la vita etica” deve necessariamente  trovare il suo superamento. E il superamento lo si trova in quell’armonia delle parti che compongono la struttura quadrinomia della persona e che si esprime nel corpo, nella mente, nella psiche e nel cuore. E l’armonia la si raggiunge solo se si rispettano le pause, proprio come  in uno spartito musicale.

Il grido silenzioso dell’uomo oggi sembra che sia: non sono malato, ma voglio guarire; nel senso che l’uomo, se da una parte non vuole ammettere la sua malattia, la sua emarginazione, il suo essere decentrato, cioè fuori dal centro, dall’altra reclama attenzione e indicazioni che esprime in termini di bisogni. E’ a questi bisogni che vanno date  indicazioni in termini di vita e di qualità della vita.    I miti da abbattere sono sempre quelli di Prometeo e di Narciso, simboli del potere e del piacere, che si esprimono a vari livelli, soprattutto  economico e politico; sono gli archetipi da cui l’uomo si potrà liberare solo attraverso il quotidiano esercizio alla libertà, all’alterità,  in questa grande palestra della nostra vita, di cui Edith Stein e i Mistici sono esperti  L’aspetto sul quale, a nostro giudizio, va posto un accento particolare, interpretando le istanze che provengono dalla crisi della presenza, è proprio quello della presentificazione, che sta ad indicare proprio il farsi presente a me ciò che mi sta di fronte e che diventa, o lo è già, parte integrante della mia coscienza e della mia  anima.  In una società che è ormai soffocata dal politeismo dei valori e nella quale si celebra  come valore persino teorie e ideologie aberranti come quella del transgender, diventa quanto mai urgente rispondere alle istanze di un recupero della presenza. Di fronte a questa escalation di teorie che tendono a superare quei valori propri dell’essere persona, appare del tutto evidente, e per certi versi è giustificata, la crisi della presenza. Da qui la domanda di senso è consequenziale. Ci troviamo di fronte a una presenza disorientatata, priva di supporti vitali, una presenza che non è al centro, ma fortemente emarginata. Crediamo che l’empatia sia un valido percorso, per rendere forte la persona, assegnandole il posto che le compete, cioè  il centro, perché riteniamo che solo rimettendo la persona al centro, si possa recuperare la presenza e, con essa, il senso dell’essere.

 

 

[1]  Edith STEIN (in religione Teresa Benedetta della Croce; Breslavia12 ottobre 1891 – Auschwitz9 agosto 1942) è stata una monacafilosofa e mistica tedesca dell'Ordine delle Carmelitane Scalze. Di origine ebraica, si converte al cattolicesimo.  Allieva brillante di Edmund Husserl, con il quale discute la sua tesi di laurea dal titolo “il problema dell’empatia”. Con le leggi razziali del 1933 Viene arrestata dai nazisti nel convento di Echt in Olanda e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove, insieme alla sorella Rosa (anch'ella monaca carmelitana scalza), trova la morte. Nel 1998 viene proclamata santa dal Papa Giovanni Paolo II e l'anno successivo  dichiarata patrona d'Europa. A proposito dell’empatia, la Stein afferma che è necessario conoscere la realtà che ci circonda; cosa che possiamo fare in due modi. Di qui i termini Ein-sicht e Ein-fulhung, laddove il primo si riferisce  alla conoscenza intellettiva, mentre il secondo a quella interiore e alla personalità.

[2] Wilhelm ARNOLD ; Hans Jurgen EYSENCK; Richard MEILI, Dizionario di psicologia Edizioni Paoline Cinisello Balsamo (MI)  1986 p.354

[3] Il termine è greco, composto da  mystes (mistero) e dal verbo ago (condurre). E’ l’iniziazione  del miste da parte del mistagogo verso una verità occulta. Nel cristianesimo la mistagogia acquista una nuova dimensione. Gesù stesso parla in termini mistici. Egli è il mistagogo degli apostoli e li introduce nel mistero della sua presenza e della sua storia,  molte volte anche con un linguaggio incomprensibile, come possiamo leggere in Mt 11,25-26: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così è piaciuto a te”. Mistagogia, dunque, come apertura verso il mistero. Per una più ampia trattazione dell’argomento, cfr: Luigi Borriello, Edmondo Caruana, Maria Rosaria Del Genio, Nicolò Suffi ( a cura di), Dizionario di mistica Libreria Editrice Vaticana  Città del Vaticano 1998. Per una trattazione dell’empatia in ambito pedagogico, cfr: Antonio Bellingreri, per una pedagogia dell’empatia,Vita e Pensiero  Milano 2005.

[4] B. Bettelheim,Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, 1987, p. 15

[5] Ibidem, pp. 117 – 118

[6]  Edith STEIN, Introduzione alla filosofia, Città Nuova Editrice Roma  1988  p. 200

 

[7] Giuseppe DE GENNARO, “Cura delle tossicodipendenze: la scuola dei mistici”, in La Civiltà cattolica,  Marzo 1995, n.  3473, p.461

 

[8]Edith Stein, Mistica della Croce Città Nuova Editrice  Roma 1998 p.81

[9] Meister ECKHART, De istrutione spirituali, in Giovanni REALI-Dario ANTISERI, Antologia filosofica vol.I Editrice La Scuola Brescia 1990 pp.518 - 519

[10] E. STEIN, Essere finito e Essere eterno, Città Nuova Editrice,1988 p.102 ss.

[11] Teresa d’Avila, castello interiore, in Opere, Postulazione Generale O.C.D., Roma, p.751 ss.