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PARROCCHIA DI SAN GIOVANNI BATTISTA CASSINO
PICCOLO CATECHISMO PER I CRESIMANDI
ANNO 2016/2017
Catechista: Aldo Gervasio
Credo. Simbolo degli Apostoli
Io credo in Dio, Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra.
E in Gesù Cristo, Suo unico Figlio,
nostro Signore,il quale fu concepito
di Spirito Santo,nacque da Maria Vergine,
patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso,
morì e fu sepolto; discese agli inferi;
il terzo giorno risuscitò da morte;
salì al cielo, siede alla destra di Dio
Padre onnipotente:di là verrà a giudicare
i vivi e i morti.Credo nello Spirito Santo,
la santa Chiesa cattolica,
la comunione dei santi,
la remissione dei peccati,
la risurrezione della carne,
la vita eterna. Amen.
Simbolo Niceno-Costantinopolitano
Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente,
Creatore del cielo e della terra,
di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo Signore, Gesù
Cristo, unigenito Figlio di Dio,
nato dal Padre prima di tutti i secoli:
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero
da Dio vero, generato, non creato,
della stessa sostanza del Padre;
per mezzo di lui tutte le cose sono
state create. Per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dal cielo,
e per opera dello Spirito Santo si è
incarnato nel seno della Vergine
Maria e si è fatto uomo.
Fu crocifisso per noi sotto Ponzio
Pilato, mori e fu sepolto.
Il terzo giorno è risuscitato,
secondo le Scritture, è salito al cielo,
siede alla destra del Padre.
E di nuovo verrà, nella gloria, per
giudicare i vivi e i morti, e il suo
regno non avrà fine. Credo nello Spirito Santo,
che è Signore e dà la vita, e procede
dal Padre e dal Figlio. Con il Padre
e il Figlio è adorato e glorificato, e
ha parlato per mezzo dei profeti.
Credo la Chiesa, una santa
cattolica e apostolica. Professo un solo
Battesimo per il perdono dei peccati.
Aspetto la risurrezione dei morti
e la vita del mondo che verrà. Amen.
Storia del Credo (Symbolum)
Il Credo o Simbolo della fede o professione di fede è una sintesi della fede cristiana che ne enuncia e riassume gli elementi fondamentali. Le professioni di fede più note e diffuse nella Chiesa cattolica sono il Simbolo Apostolico, risalente al II - III secolo e fatto risalire per composizione sino agli Apostoli, e il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, codificato dopo i Concili di Nicea (325) e di Costantinopoli (381). Il nome comune di Credo, forse il più utilizzato per riferirsi a queste esposizioni, viene usato perché questa è la prima parola di tutte le professioni di fede.
Ognuno di essi infatti serve non tanto come istruzione, ma come professione. I contenuti di questa professione sono le verità della fede cristiana: tutte sono radicate in questa prima parola "credo" (Giovanni Paolo II, Udienza generale del 13 marzo 1985).
Un Simbolo di riconoscimento
Meno diffuso è invece l'uso del termine simbolo per riferirsi a queste preghiere. La parola simbolo deriva dal greco σύμβολον, sýmbolon, con il significato di segno di riconoscimento. Era pratica diffusa fra coloro che stipulavano un contratto o un accordo scambiarsi un "simbolo", spesso una moneta o un sigillo spezzati, conservandone un pezzo ciascuno (al modo della mezza carta da gioco tagliata in modo singolare lasciata dalla madri insieme ai figli espostipresso la ruota nell'Europa dei secoli scorsi). I due pezzi dell'oggetto, gli unici che potessero combaciare perfettamente, avrebbero fornito ai contraenti (ma sovente ai loro eredi) la garanzia di riconoscersi in futuro. Ognuno di questi due pezzi veniva detto simbolo. Da ciò derivano i Simboli cristiani come professione di fede e come segno di riconoscimento fra le prime comunità cristiane, formule dottrinali brevi, facili e precise, che dovevano servire a "riconoscersi" come comunità e a mantenere l'uniformità della fede.
Le origini bibliche. Già nell'Antico Testamento è presente il cosiddetto Credo deuteronomistico (Dt 26, 5-9) e anche il Nuovo Testamento riporta molte professioni di fede. La più antica formula neotestamentaria rinvenibile era quella usata dall'eunuco della Regina di Etiopia («Io credo che Gesù Cristo è il Figlio di Dio». At 8, 37), ma nella versione CEI 2008 del testo biblico il versetto viene omesso, in quanto esso risulterebbe un'antica aggiunta, presente in particolare nel testo "occidentale", ma assente nei manoscritti più autorevoli.
Sia il Simbolo Apostolico che quello di Nicea-Costantinopoli hanno valore dogmatico e vivono in uno stretto rapporto con le Sacre Scritture, evidenziando ciò che costituisce il cuore del messaggio biblico, vetero e neotestamentario. Lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica assume il Simbolo Apostolico, che rappresenta, per così dire, "il più antico catechismo romano" (CCC, n. 196), come base della propria esposizione, pur ampliando la trattazione facendo costante riferimento al Simbolo di Nicea-Costantinopoli.
I DIECI COMANDAMENTI
Io sono il Signore Dio tuo:
1) Non avrai altro Dio fuori di me.
2) Non nominare il nome di Dio invano.
3) Ricordati di santificare le feste.
4) Onora il padre e la madre.
5) Non uccidere.
6) Non commettere atti impuri.
7) Non rubare.
8) Non dire falsa testimonianza.
9) Non desiderare la donna d'altri.
10) Non desiderare la roba d'altri.
I SETTE SACRAMENTI:
BATTESIMO, CRESIMA O CONFERMAZIONE, EUCARISTIA, PENITENZA, ESTREMA UNZIONE, ORDINE E MATRIMONIO.
IL SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE
- Qual è il posto della Confermazione nel disegno divino della salvezza?
CCC 1285-1288; 1315
Nell'Antica Alleanza, i profeti hanno annunziato la comunicazione dello Spirito del Signore al Messia atteso e a tutto il popolo messianico. Tutta la vita e la missione di Gesù si svolgono in una totale comunione con lo Spirito Santo. Gli Apostoli ricevono lo Spirito Santo nella Pentecoste e annunziano «le grandi opere di Dio» (At 2,11). Essi comunicano ai neo battezzati, attraverso l'imposizione delle mani, il dono dello stesso Spirito. Lungo i secoli la Chiesa ha continuato a vivere dello Spirito e a comunicarlo ai suoi figli.
- Perché si chiama Cresima oConfermazione?
CCC 1289
Si chiama Cresima (nelle Chiese Orientali: Crismazione col Santo Myron) a motivo del suo rito essenziale che è l'unzione. Si chiama Confermazione, perché conferma e rafforza la grazia battesimale.
- Qual è il rito essenziale della Confermazione?
CCC 1290-1301; 1318; 1320-1321
Il rito essenziale della Confermazione è l'unzione con il sacro crisma (olio misto con balsamo, consacrato dal Vescovo), che si fa con l'imposizione della mano da parte del ministro che pronunzia le parole sacramentali proprie del rito. In Occidente, tale unzione viene fatta sulla fronte del battezzato con le parole: «Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono». Presso le Chiese Orientali di rito bizantino, l'unzione viene fatta anche su altre parti del corpo, con la formula: «Sigillo del dono dello Spirito Santo».
- Qual è l'effetto della Confermazione?
CCC 1302-1305; 1316-1317
L'effetto della Confermazione è la speciale effusione dello Spirito Santo, come quella della Pentecoste. Tale effusione imprime nell'anima un carattere indelebile e apporta una crescita della grazia battesimale: radica più profondamente nella fili azione divina; unisce più saldamente a Cristo e alla sua Chiesa; rinvigorisce nell'anima i doni dello Spirito Santo; dona una speciale forza per testimoniare la fede cristiana.
- Chi può ricevere questo Sacramento?
CCC 1306-1311; 1319
Può e deve riceverlo, una volta sola, chi è già stato battezzato, il quale, per riceverlo efficacemente, dev'essere in stato di grazia.
- Chi è il ministro della Confermazione?
CCC 1312-1314
Ministro originario è il Vescovo. Si manifesta cosi il legame del cresimato con la Chiesa nella sua dimensione apostolica. Quando è il presbitero a conferire tale Sacramento - come avviene ordinariamente in Oriente e in casi particolari in Occidente -, il legame col Vescovo e con la Chiesa è espresso dal presbitero, collaboratore del Vescovo, e dal sacro crisma, consacrato dal Vescovo stesso.
IL SACRAMENTO DELL'EUCARISTIA
- Che cos'è l'Eucaristia?
CCC 1322-1323; 1409
È il sacrificio stesso del Corpo e del Sangue del Signore Gesù, che egli istituì per perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della Croce, affidando così alla sua Chiesa il memoriale della sua Morte e Risurrezione. È il segno dell'unità, il vincolo della carità, il convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l'anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della vita eterna.
- Quando Gesù Cristo ha istituito l'Eucaristia?
CCC 1323; 1337-1340
L'ha istituita il Giovedì Santo, «la notte in cui veniva tradito» (1Cor 11,23), mentre celebrava con i suoi Apostoli l'Ultima Cena.
- Come l'ha istituita?
CCC 1337-1340; 1365,1406
Dopo aver radunato i suoi Apostoli nel Cenacolo, Gesù prese nelle sue mani il pane, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto per voi». Poi prese nelle sue mani il calice del vino e disse loro: «Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me».
- Che cosa rappresenta l'Eucaristia nella vita della Chiesa?
CCC 1324- 1327; 1407
È fonte e culmine di tutta la vita cristiana. Nell'Eucaristia toccano il loro vertice l'azione santificante di Dio verso di noi e il nostro culto verso di lui. Essa racchiude tutto il bene spirituale della Chiesa: lo stesso Cristo, nostra Pasqua. La comunione della vita divina e l'unità del Popolo di Dio sono espresse e prodotte dall'Eucaristia. Mediante la celebrazione eucaristica ci uniamo già alla liturgia del Cielo e anticipiamo la vita eterna.
- Come viene chiamato questo Sacramento?
CCC 1328-1332
L'insondabile ricchezza di questo Sacramento si esprime con diversi nomi, che evocano suoi aspetti particolari. I più comuni sono: Eucaristia, Santa Messa, Cena del Signore, Frazione del pane, Celebrazione eucaristica, Memoriale della passione, della morte e della risurrezione del Signore, Santo Sacrificio, Santa e Divina Liturgia, Santi Misteri, Santissimo Sacramento dell'altare, Santa Comunione.
- Come si colloca l'Eucaristia nel disegno divino della salvezza?
CCC 1333-1344
Nell' Antica Alleanza l'Eucaristia è preannunziata soprattutto nella cena pasquale annuale, celebrata ogni anno dagli Ebrei con i pani azzimi, a ricordo dell'improvvisa e liberatrice partenza dall'Egitto. Gesù l'annuncia nel suo insegnamento e la istituisce celebrando con i suoi Apostoli l'Ultima Cena durante un banchetto pasquale. La Chiesa, fedele al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24), ha sempre celebrato l'Eucaristia, soprattutto la domenica, giorno della risurrezione di Gesù.
- Come si svolge la celebrazione dell'Eucaristia?
CCC 1345-1355; 1408
Si svolge in due grandi momenti, che formano un solo atto di culto: la liturgia della Parola, che comprende la proclamazione e l'ascolto della Parola di Dio; la liturgia eucaristica, che comprende la presentazione del pane e del vino, la preghiera o anafora, che contiene le parole della consacrazione, e la comunione.
- Chi è il ministro della celebrazione dell'Eucaristia?
CCC 1348; 1411
È il sacerdote (Vescovo o presbitero), validamente ordinato, che agisce nella Persona di Cristo Capo e a nome della Chiesa.
- Quali sono gli elementi essenziali e necessari per realizzare l'Eucaristia?
CCC 1412
Sono il pane di frumento e il vino della vite.
- In che senso l'Eucaristia è memoriale del sacrificio di Cristo?
CCC 1362-1367
L'Eucaristia è memoriale nel senso che rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in favore dell'umanità. Il carattere sacrificale dell'Eucaristia si manifesta nelle parole stesse dell'istituzione: «Questo è il mio corpo, che è dato per voi» e «Questo calice è la nuova alleanza nel mio Sangue, che viene versato per voi» (Lc 22,19-20). Il sacrificio della Croce e il sacrificio dell'Eucaristia sono un unico sacrificio. Identici sono la vittima e l'offerente, diverso è soltanto il modo di offrirsi: cruento sulla Croce, incruento nell'Eucaristia.
- In quale modo la Chiesa partecipa al sacrificio eucaristico?
CCC 1368-1372; 1414
Nell'Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro sono uniti a quelli di Cristo. In quanto sacrificio, l'Eucaristia viene anche offerta per tutti i fedeli vivi e defunti, in riparazione dei peccati di tutti gli uomini e per ottenere da Dio benefici spirituali e temporali. Anche la Chiesa del cielo è unita nell'offerta di Cristo.
- Come Gesù è presente nell'Eucaristia?
CCC 1373-1375; 1413
Gesù Cristo è presente nell'Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo.
- Che cosa significa transustanziazione?
CCC 1376-1377; 1413
Transustanziazione significa la conversione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo Sangue. Questa conversione si attua nella preghiera eucaristica, mediante l'efficacia della parola di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo. Tuttavia, le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le «specie eucaristiche», rimangono inalterate.
- La frazione del pane divide Cristo?
CCC 1377
La frazione del pane non divide Cristo: egli è presente tutto e integro in ciascuna specie eucaristica e in ciascuna sua parte.
- Fino a quando continua la presenza eucaristica di Cristo?
CCC 1377
Essa continua finché sussistono le specie eucaristiche.
- Quale tipo di culto è dovuto al Sacramento dell'Eucaristia?
CCC 1378-1381; 1418
È dovuto il culto di latria, cioè di adorazione, riservato solo a Dio sia durante la celebrazione eucaristica sia al di fuori di essa. La Chiesa, infatti, conserva con la massima diligenza le Ostie consacrate, le porta agli infermi e ad altre persone impossibilitate a partecipare alla Santa Messa, le presenta alla solenne adorazione dei fedeli, le porta in processione e invita alla frequente visita e adorazione del Santissimo Sacramento conservato nel tabernacolo.
- Perché l'Eucaristia è il banchetto pasquale?
CCC 1382-1384; 1391-1396
L'Eucaristia è il banchetto pasquale, in quanto Cristo, realizzando sacramentalmente la sua Pasqua, ci dona il suo Corpo e il suo Sangue, offerti come cibo e bevanda, e ci unisce a sé e tra di noi nel suo sacrificio.
- Che cosa significa l'altare?
CCC 1383; 1410
L'altare è il simbolo di Cristo stesso, presente come vittima sacrificale (altare-sacrificio della Croce) e come alimento celeste che si dona a noi (altare-mensa eucaristica).
- Quando la Chiesa fa obbligo di partecipare alla santa Messa?
CCC 1389; 1417
La Chiesa fa obbligo ai fedeli di partecipare alla santa Messa ogni Domenica e nelle feste di precetto, e raccomanda di parteciparvi anche negli altri giorni.
- Quando si deve fare la santa Comunione?
CCC 1389
La Chiesa raccomanda ai fedeli che partecipano alla santa Messa di ricevere con le dovute disposizioni anche la santa Comunione, prescrivendone l'obbligo almeno a Pasqua.
- Che cosa si richiede per ricevere la santa Comunione?
CCC 1385-1389; 1415
Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa cattolica ed essere in stato di grazia, cioè senza coscienza di peccato mortale. Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione. Importanti sono anche lo spirito di raccoglimento e di preghiera, l'osservanza del digiuno prescritto dalla Chiesa e l'atteggiamento del corpo (gesti, abiti), in segno di rispetto a Cristo.
- Quali sono i frutti della santa Comunione?
CCC 1391-1397; 1416
La santa Comunione accresce la nostra unione con Cristo e con la sua Chiesa, conserva e rinnova la vita di grazia ricevuta nel Battesimo e nella Cresima e ci fa crescere nell'amore verso il prossimo. Fortificandoci nella carità, cancella i peccati veniali e ci preserva in futuro dai peccati mortali.
- Quando è possibile amministrare la santa Comunione agli altri cristiani?
CCC 1398-1401
I ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai membri delle Chiese Orientali che non hanno comunione piena con la Chiesa cattolica, qualora questi lo richiedano spontaneamente e siano ben disposti.
Per i membri delle altre Comunità ecclesiali, i ministri cattolici amministrano lecitamente la santa Comunione ai fedeli, che per gravi motivi lo chiedano spontaneamente, siano ben disposti e manifestino la fede cattolica circa il Sacramento.
- Perché l'Eucaristia è «pegno della gloria futura»?
CCC 1402-1405
Perché l'Eucaristia ci ricolma di ogni grazia e benedizione del Cielo, ci fortifica per il pellegrinaggio di questa vita e ci fa desiderare la vita eterna, unendoci già a Cristo asceso alla destra del Padre, alla Chiesa del cielo, alla beatissima Vergine e a tutti i Santi.
Soffermiamoci un momento sul sacramento della penitenza, che il CCC chiama anche “Sacramento di guarigione”. “Il Signore Gesù Cristo, medico delle nostre anime e dei nostri corpi, colui che ha rimesso i peccati al paralitico e gli ha reso la salute del corpo, ha voluto che la sua Chiesa continui, nella forza dello Spirito santo, la sua opera di guarigione e di salvezza, anche presso le proprie membra. E’ lo scopo dei due Sacramenti di guarigione: del Sacramento della Penitenza e dell’Unzione degli infermi”. (CCC,1422). Questo Sacramento comporta: a) il pentimento, cioè il dolore per i peccati commessi. Non va confuso con la paura del castigo, ma è un autentico dispiacere per le offese a Dio. b) l’esame di coscienza, cioè il confronto tra ciò che Dio vuole da me e ciò che io faccio; c) il proposito, cioè la promessa di non commettere più quei peccati, nel senso che il penitente si impegna a collaborare con l’opera di Dio, affinché quei peccati non vengano più commessi; d) la confessione, cioè l’accusa dei propri peccati davanti al Sacerdote, che è il Ministro di Dio. e) l’assoluzione, cioè il perdono di Dio a colui che si è sinceramente pentito; f) la soddisfazione, cioè l’impegno a purificare la propria vita dai vizi e dai peccati e a riparare le offese fatte a Dio.
LA PREPARAZIONE
Per la preparazione alla confessione, è cosa buona invocare il Signore. Si potrebbe iniziare così: o Padre buono, eccomi alla tua presenza. Ho peccato contro di te, e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Abbi pietà di me che sono peccatore. Tu mi hai amato fin dall’eternità e sei morto in croce per me, perché io avessi vita e felicità in eterno. Io invece continuo a disprezzare la tua amicizia . Ti prego, Signore, abbi misericordia di me e rendi umile e docile la mia intelligenza ; purifica il mio cuore e infiammalo con il fuoco del tuo Santo Spirito.
Esame di coscienza
Mi accosto al Sacramento della penitenza con sincero desiderio di purificazione e di conversione?
Ho fatto bene l’ultima confessione?
Dio è al primo posto nella mia vita?
Ho partecipato con attenzione e con devozione alla Santa Messa ?
Mi sono accostato con fervore e degnamente alla santa Comunione?
Ho pregato ogni giorno?
Conservo salda la mia fede e osservo sempre la parola di Dio?
Difendo sempre la mia fede dagli errori e dai dubbi che il mondo diffonde?
Coltivo la mia fede con la meditazione frequente del Vangelo ?
Professo pubblicamente la mia fede senza vergogna?
Ho bestemmiato? Ho dato credito a pratiche superstiziose?
Ho confidato sempre nel Signore?
Mi sono lasciato prendere dallo scoraggiamento e dalla disperazione?
Mi prendo a cuore il bene degli altri?
M’impegno per l’armonia della mia famiglia?
Sono sempre corretto e leale? Sono stato comprensivo verso il mio coniuge ?
Mi sono preoccupato dell’educazione religiosa e umana dei figli.
Ho dato il buon esempio? Ho arrecato danno al mio prossimo?
Ho criticato, insultato, calunniato? Conservo rancore verso qualcuno?
Sono attaccato al denaro alle cose materiali?
Sono invidioso del successo o delle ricchezze altrui?
Sono generoso nel soccorrere i poveri? Sono smodatamente goloso? Mi sono lasciato andare all’impurità con pensieri, desideri, discorsi, immagini, azioni? Ho cercato di educare me stesso al dominio delle passioni? Ho custodito la fedeltà coniugale nei pensieri e nelle azioni?
Atto di dolore
Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perché peccando ho meritato i tuoi castighi, e molto più perché ho offeso te, infinitamente buono, e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo, con il tuo santo aiuto, di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.
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LE PREGHIERE DEL CRISTIANO
Segno della Croce Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. Come era in principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
Padre nostro Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Angelo di Dio Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me, che ti fui affidato dalla pietà celeste. Amen.
Ave Maria Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno ,Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte.Amen.
L’eterno riposo L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua; riposino in pace, Amen.
Salve Regina Salve, o Regina, madre di misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra, salve! A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo, gementi e piangenti, in questa valle di lacrime. Orsù, dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi, e mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine, Maria!
Angelus L’Angelo del Signore portò l’annuncio a Maria ed ella concepì per opera dello Spirito Santo. Ave Maria Eccomi, sono la serva del Signore. Si compia in me la tua Parola. Ave Maria E il Verbo si fece carne. E venne ad abitare in mezzo a noi. Ave Maria Prega per noi, Santa Madre di Dio. Perché siamo resi degni delle promesse di Cristo. Preghiamo. Infondi nel nostro spirito la Tua grazia, o Padre; Tu che con l’annuncio dell’Angelo ci hai rivelato l’incarnazione del Tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione. Per Cristo nostro Signore. Amen. Gloria al Padre (3 volte)
Atto di Fede Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo fermamente tutto quello che Tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone di credere. Ed espressamente credo in Te, unico vero Dio, in tre Persone uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo. E credo in Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnato e morto per noi; il quale darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna. Conforme a questa Fede voglio sempre vivere. Signore, accresci la mia Fede!
Atto di Speranza Mio Dio, spero nella tua Bontà, per le tue promesse e i meriti di Gesù Cristo nostro Salvatore, la Vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere che io debbo e voglio fare. Signore, che io possa goderti in eterno!
Atto di Carità Mio Dio, Ti amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, perché sei il Bene infinito e nostra eterna felicità. E per amor Tuo amo il prossimo come me stesso, e perdono le offese ricevute. Signore, che io Ti ami sempre più!
L'Eterno riposo L'Eterno riposo dona loro o Signore; e splenda loro la luce perpetua. Riposino in pace. Amen.
Ti adoro del mattino Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte. Ti offro le azioni della giornata: fa’ che siano tutte secondo la tua santa volontà e per la tua maggior gloria. Preservami dal peccato e da ogni male. La tua Grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen.
Ti adoro della sera Ti adoro, mio Dio, ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questo giorno. Perdonami il male che oggi ho commesso, e se qualche bene ho compiuto, accettalo. Custodiscimi nel riposo e liberami dai pericoli. La tua grazia sia sempre con me e con tutti i miei cari. Amen.
O Gesù d' amore acceso O Gesù d' amore acceso, non T'avessi mai offeso! O mio caro e buon Gesù, con la tua santa grazia non Ti voglio offender più, mai disgustarti, ma amarti sopra ogni cosa. Gesù mio, misericordia, perdonami!
Offerta al Cuore di Gesù Cuore divino di Gesù, io Ti offro, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, Madre della Chiesa,in unione al Sacrificio Eucaristico, le preghiere e le azioni, le gioie e le sofferenze di questo giorno: in riparazione dei peccati, per la salvezza di tutti gli uomini, nella grazia dello Spirito Santo, a gloria del divin Padre. Amen.
Gesù Giuseppe e Maria Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia. Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell'ultima mia agonia. Gesù, Giuseppe e Maria, spiri in pace con voi l'anima mia.
Regina coeli (Regina del cielo) (Si recita da Pasqua a Pentecoste) Regina dei cieli, rallegrati, Alleluia! Cristo, che hai portato nel grembo, Alleluia! È risorto, come aveva promesso. Alleluia! Prega il Signore per noi, Alleluia! Rallegrati, Vergine Maria, Alleluia! Il Signore è veramente risorto, Alleluia!
O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridonato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia senza fine della vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Amen. 3 Gloria al Padre
I due misteri principali della fede a) Unità e Trinità di Dio; b) Incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. I cinque precetti generali della chiesa 1. Partecipare alla Messa la Domenica e le altre feste comandate e rimanere liberi da lavori e da attività che potrebbero impedire la santificazione di tali giorni. 2. Confessare i propri peccati almeno una volta all'anno. 3. Ricevere il Sacramento dell'Eucaristia almeno a Pasqua. 4. Astenersi dal mangiare carne e osservare il digiuno nei giorni stabiliti dalla Chiesa. 5. Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa stessa, secondo le proprie possibilità.
Le sette opere di misericordia corporali: 1 Dar da mangiare agli affamati
Le sette opere di misericordia spirituali: 1 - Consigliare i dubbiosi
I due comandamenti della carità 1. Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 2. Amerai il prossimo tuo come te stesso. I sette doni dello spirito santo Sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timor di Dio.
Le tre virtu’ teologali: Fede, speranza e carità. I sette vizi capitali Superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia. I quattro novissimi Morte, giudizio, inferno, paradiso. I quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio Omicidio volontario; 2) peccato contro natura; 3) oppressione dei poveri; 4) frodare la mercede agli operai. I sei peccati contro lo spirito santo 1) disperazione della salute; 2) presunzione di salvarsi senza meriti; 3) impugnare la verità conosciuta;4) invidia della grazia altrui; 5) ostinazione nei peccati; 6) Impenitenza finale.
Le beatitudini evangeliche « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca Lc 1,46-55
MAGNIFICAT ( Lc 1,46-55 )
L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre. Amen.
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Aldo Gervasio
L’EMPATIA E IL RECUPERO DELLA PRESENZA IN EDITH STEIN
Estratto dal volume n.7/2016 di "Civitas et Humanitas", Centro per la Filosofia Italiana, Ed. Milella, 2016.
Il tema che andiamo ad affrontare s’inquadra nell’ottica della salute globale e dell’istanza fenomenologica del recupero dell’essere. Lo analizzeremo dal punto di vista dell’empatia, così come proposto da Edith Stein[1], convinti del fatto che la dimensione empatica sia fondamentale nel rapporto interpersonale e nel recupero di quell’essere esistenziale tanto caro a Heidegger.
Dell’empatia si può parlare in tanti modi, dal punto di vista filosofico, pedagogico, psicologico, spirituale, ma, per quanti sforzi riusciamo a fare per trovare una sintesi unitaria, ci troveremo sempre di fronte alle diversità di vedute tra queste discipline, sebbene esse concorrano all’unità.
L’empatia può essere considerata addirittura una cosa banale nel linguaggio comune, come quando si dice “tra me e quella tale persona c’è empatia” oppure quando ci si esprime nei confronti dei figli, come nella seguente transazione “tra me e mio figlio/a c’è un rapporto empatico”; o come quando in un gruppo si auspica che si formi empatia. Ecco allora che la parola “empatia” è spesso abusata e usata talvolta fuori luogo o perlomeno utilizzata con accezioni e sfumature diverse. Occorre, dunque, andare alla ricerca del significato pregnante, cioè autentico, che ci riporti nella giusta dimensione, per comprendere cioè come essa possa concorrere al recupero della presenza. Per completezza di idee, diciamo che del problema dell’empatia se ne è occupato anche Bruno Bettelheim, per cui sarà opportuno stabilire un confronto tra queste due posizioni, quella di Bruno Bettelheim e quella di Edith Stein. Partendo da una ricerca lessicale del termine, leggiamo: “Per empatia (Einfulung o Empathie) si intende il tentativo di riprodurre in proprio i sentimenti altrui al fine di comprendere l’altra persona. La via per partecipare ai sentimenti altrui passa primariamente per la comunicazione verbale, ma anche per la spontanea espressione del sentimento. Nella prassi psicologica l’empatia assume una particolare importanza, pur non avendo mai acquistato il significato di metodo scientifico, perché non oggettivabile”.[2] Prendiamo come punto di partenza la citata definizione, per aprire l’orizzonte e considerare l’empatia come base per il recupero della presenza. Come affermato in precedenza, studi sull’empatia sono stati compiuti sia da B. Bettelheim che da Edith Stein; l’uno, partendo dalla famiglia, giunge a una definizione dell’empatia in termini psico-sociali e affettivo-relazionali, l’altra, partendo dal mondo della vita, elabora una teoria dell’empatia in chiave mistagogica[3]. Entrambi colgono nell’empatia il significato profondo, che è quello di mettersi al posto di un altro. Riportiamo un pensiero di Bruno Bettelheim, che definisce la sua esperienza come: “…i miei sforzi portati avanti tutta la vita, per scoprire e verificare che cosa occorre per riuscire a crescere bene i nostri figli, che magari non faranno necessariamente una buona riuscita agli occhi del mondo, ma che riflettendoci, si sentiranno contenti di come sono stati allevati, e contenti, tutto sommato, di quello che sono, nonostante gli inevitabili difetti, di cui peraltro nessuno è privo”.[4] L’osservazione di Bettelheim è un invito a considerare i rapporti genitore-figlio nell’ambito di una pedagogia della famiglia, anche se, con tutta evidenza, questa rimanda al senso più pregnante di una pedagogia della persona. In effetti lo stesso autore, affrontando il problema della persona, accenna alla caratteristica dell’empatia quale momento fondamentale di massimo rapporto nella diade genitore-figlio: “l’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino ,comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere , l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità, bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti adulti e bambini…avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno, come potrebbe fare un osservatore interessato o anche coinvolto, che cerchi di capire i motivi dell’altro con l’intelletto”.[5]
Edith Stein ci presenta l’empatia come una scienza presentificante, in quanto “è un vissuto originario, una realtà presente: quello che presentifica, però, non è una propria impressione passata o futura, ma un moto vitale, presente ed originario di un altro che non si trova in alcuna relazione continua con il mio vivere e non lo si può far coincidere con esso. Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale e compio un impulso quasi dello stesso tipo di quello che potrebbe causare un movimento - percepito quasi dall’interno - che si potrebbe far coincidere con quello percepito esternamente. Se la presentificazione empatizzante non fosse motivata dalla percezione esterna, allora non si distinguerebbe dalla fantasia. Perciò essa partecipa al carattere posizionale dell’apprensione motivante. Sia il contenuto della percezione esterna che quello dell’empatia si accordano vicendevolmente, nella misura in cui ho osservato il movimento vitale originario, che cerco di rendere intuitivo empatizzando, come realtà”. [6]Il pensiero di Edith Stein ci porta in una nuova dimensione educativa, che va anche oltre quella visione della pedagogia dell’umanesimo e della prospettiva spiritualistica di Bergson, per proiettarsi in una dimensione mistagogica, in cui l’altro diventa parte integrante di me stesso per la realizzazione di un unico fine. “Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale…” E’ questa l’affermazione-chiave, che rafforza il concetto di empatia, in quanto ricco di quella valenza in più rispetto alla definizione di Bettelheim e a quella che ne fornisce la psicologia. Il concetto di empatia, elaborato già da Husserl quale mondo della intersoggettività, trova, quindi, nella sua brillante allieva, quella compiutezza espressiva e di significato totalizzante. Da questo angolo prospettico e in sintonia con l’umanesimo pedagogico di Maritain, lo spiritualismo di Mounier, Bergson e Unamuno, non si può ridurre l’uomo al prodotto della società industrializzata e considerarlo “ad una dimensione” (Herbert Marcuse, 1898-1979). Il capitalismo e la conseguente società mercantile hanno generato questo quadro realistico, di cui ne paghiamo le conseguenze molteplici, afferenti cioè a diversi ambiti.
L’umanesimo pedagogico, lo spiritualismo, sono di per sé apertura verso l’altro, per suscitare, accanto al “pensiero forte” quello che Giuseppe De Gennaro chiama “pensiero fortissimo”. Questo concetto viene espresso più compiutamente dallo stesso autore in uno scritto, in cui vengono indicati i parametri entro i quali si attua una completa formazione .[7] In un momento in cui la visione positivistica sembra abbia fallito il suo obiettivo, anche se, imperterrita, ne segue la marcia, e tutti gli idoli da essa prospettati sembrano risultati non attendibili, è naturale domandarsi se non sia il caso di invertire la rotta e proseguire per ben altri lidi e porre mano a quella che Platone chiama “la seconda navigazione”, che, fuori di metafora, è quella della ricerca vera, autentica e che conduce la persona verso mete paradossalmente più certe.
fenomenologia come come sistema e metodo, è necessario attendere colui che della fenomenologia è il padre, cioè Edmund Husse, il quEdith Stein sviluppa il concetto di empatia, partendo dal principio che alla base di ogni rapporto intersoggettivo, c’è necessariamente un aspetto fondamentale fenomenologico, in virtù del quale il singolo si rende conto dell’altro singolo. E’ questo “rendersi conto di” che affascina la studiosa e la proietta in una continua ricerca dell’altro, dell’interiorità, dell’altro come fenomeno, cioè come fonte di conoscenza profonda. E’ questa conoscenza profonda che si trasforma in empatia. Partendo da questo concetto, Edith Stein raggiunge le più alte vette della mistica, abbracciando fino in fondo la sua Croce, unica speranza.[8] E’ in questa prospettiva che va vista la persona: è la dimensione della salute globale. In un periodo in cui il pensiero forte domina la scena culturale a cavallo tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo secolo, mentre si moltiplicano quei “maitres à penser” che tentano di imporre i loro modelli, si rende necessario il forte richiamo al pensiero fortissimo di G.De Gennaro. Nella fattispecie il pensiero fortissimo non può che andare oltre l’uomo, nella direzione del trascendente, passando comunque attraverso la corporeità, in quella visione Eckartiana dell’uomo quale “finitum quod tendit ad infinitum”[9]. Ci rendiamo conto della difficoltà nel passaggio dal razionale alla libertà, indubbiamente, ma occorre anche uno sforzo, quel conatus, che permetta il passaggio all’incondizionato e alla libertà attraverso la vicenda umana del singolo e della collettività, attraverso quell’esperienza dell’alterità, che Edith Stein attua attraverso l’empatia.
Nel già citato testo di Edith Stein “introduzione alla filosofia”, viene indicata la dimensione relazionale, che supera quel “mondo della intersoggettività”, di cui parla il suo maestro Edmund Husserl, per aprirsi verso una dimensione mistica, attraverso cui Edith Stein concretizza quel suo progetto di vita, che è la ri-costruzione dell’uomo, appunto dell’uomo come totalità, in linea perfetta con il progetto riforma di Ignazio di Loyola con gli Esercizi Spirituali, con quello di S.Giovanni della Croce, il poeta de “la noche obscura” e del “cantico spirituale” e con il progetto di Teresa De Avila, la Dottora del “Castello interiore”. E’, questo, un rimedio a quel malessere strisciante, a quella crisi della presenza, tra quelle aggregazioni indistinte e massificate, in cui si è più soli aggregati di quando si è veramente soli? Certamente non è la soluzione, ma una proposta, che indica una strada percorribile, al fine di liberare l’uomo dalle distrazioni malefiche della vita quotidiana, come può essere una notte da sballo o la sistematica dipendenza da tutto ciò che produce tossicità. Il concetto di empatia viene ripreso e completato in altri scritti di Edith Stein, tra cui eccelle “essere finito e essere eterno”, in cui, dopo aver tentato di chiarire il concetto di “ousia” (prote ousia e deutera ousia), la filosofa si sofferma compiutamente sull’immagine della Trinità nella creazione, immagine a cui perviene attraverso la ricerca del senso dell’essere. E per dare senso compiuto a quanto stiamo affermando, leggiamo: “tutto ciò che è da me vissuto viene dalla mia anima, è l’incontro dell’anima con qualcosa che la impressiona. Il suo punto di partenza può trovarsi in superficie o in profondità. La provenienza e l’ordine a strati dell’anima stessa si manifestano attraverso l’esperienza vissuta che ha origine da essi e in essi perché si apre in essa, e così essi giungono al loro essere attuale, presente-vivente”.[10] In quest’ottica presentificante troviamo, indubbiamente, il motivo che anima la ricerca di Edith Stein e che si invera in quella salita verso la “settima stanza” del Castello interiore di Teresa di Avila.[11]
In questa visione mistica del mondo della vita, il problema posto da Kierkegaard tra la “vita estetica e la vita etica” deve necessariamente trovare il suo superamento. E il superamento lo si trova in quell’armonia delle parti che compongono la struttura quadrinomia della persona e che si esprime nel corpo, nella mente, nella psiche e nel cuore. E l’armonia la si raggiunge solo se si rispettano le pause, proprio come in uno spartito musicale.
Il grido silenzioso dell’uomo oggi sembra che sia: non sono malato, ma voglio guarire; nel senso che l’uomo, se da una parte non vuole ammettere la sua malattia, la sua emarginazione, il suo essere decentrato, cioè fuori dal centro, dall’altra reclama attenzione e indicazioni che esprime in termini di bisogni. E’ a questi bisogni che vanno date indicazioni in termini di vita e di qualità della vita. I miti da abbattere sono sempre quelli di Prometeo e di Narciso, simboli del potere e del piacere, che si esprimono a vari livelli, soprattutto economico e politico; sono gli archetipi da cui l’uomo si potrà liberare solo attraverso il quotidiano esercizio alla libertà, all’alterità, in questa grande palestra della nostra vita, di cui Edith Stein e i Mistici sono esperti L’aspetto sul quale, a nostro giudizio, va posto un accento particolare, interpretando le istanze che provengono dalla crisi della presenza, è proprio quello della presentificazione, che sta ad indicare proprio il farsi presente a me ciò che mi sta di fronte e che diventa, o lo è già, parte integrante della mia coscienza e della mia anima. In una società che è ormai soffocata dal politeismo dei valori e nella quale si celebra come valore persino teorie e ideologie aberranti come quella del transgender, diventa quanto mai urgente rispondere alle istanze di un recupero della presenza. Di fronte a questa escalation di teorie che tendono a superare quei valori propri dell’essere persona, appare del tutto evidente, e per certi versi è giustificata, la crisi della presenza. Da qui la domanda di senso è consequenziale. Ci troviamo di fronte a una presenza disorientatata, priva di supporti vitali, una presenza che non è al centro, ma fortemente emarginata. Crediamo che l’empatia sia un valido percorso, per rendere forte la persona, assegnandole il posto che le compete, cioè il centro, perché riteniamo che solo rimettendo la persona al centro, si possa recuperare la presenza e, con essa, il senso dell’essere.
[1] Edith STEIN (in religione Teresa Benedetta della Croce; Breslavia, 12 ottobre 1891 – Auschwitz, 9 agosto 1942) è stata una monaca, filosofa e mistica tedesca dell'Ordine delle Carmelitane Scalze. Di origine ebraica, si converte al cattolicesimo. Allieva brillante di Edmund Husserl, con il quale discute la sua tesi di laurea dal titolo “il problema dell’empatia”. Con le leggi razziali del 1933 Viene arrestata dai nazisti nel convento di Echt in Olanda e deportata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove, insieme alla sorella Rosa (anch'ella monaca carmelitana scalza), trova la morte. Nel 1998 viene proclamata santa dal Papa Giovanni Paolo II e l'anno successivo dichiarata patrona d'Europa. A proposito dell’empatia, la Stein afferma che è necessario conoscere la realtà che ci circonda; cosa che possiamo fare in due modi. Di qui i termini Ein-sicht e Ein-fulhung, laddove il primo si riferisce alla conoscenza intellettiva, mentre il secondo a quella interiore e alla personalità.
[2] Wilhelm ARNOLD ; Hans Jurgen EYSENCK; Richard MEILI, Dizionario di psicologia Edizioni Paoline Cinisello Balsamo (MI) 1986 p.354
[3] Il termine è greco, composto da mystes (mistero) e dal verbo ago (condurre). E’ l’iniziazione del miste da parte del mistagogo verso una verità occulta. Nel cristianesimo la mistagogia acquista una nuova dimensione. Gesù stesso parla in termini mistici. Egli è il mistagogo degli apostoli e li introduce nel mistero della sua presenza e della sua storia, molte volte anche con un linguaggio incomprensibile, come possiamo leggere in Mt 11,25-26: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, o Padre, perché così è piaciuto a te”. Mistagogia, dunque, come apertura verso il mistero. Per una più ampia trattazione dell’argomento, cfr: Luigi Borriello, Edmondo Caruana, Maria Rosaria Del Genio, Nicolò Suffi ( a cura di), Dizionario di mistica Libreria Editrice Vaticana Città del Vaticano 1998. Per una trattazione dell’empatia in ambito pedagogico, cfr: Antonio Bellingreri, per una pedagogia dell’empatia,Vita e Pensiero Milano 2005.
[4] B. Bettelheim,Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, 1987, p. 15
[5] Ibidem, pp. 117 – 118
[6] Edith STEIN, Introduzione alla filosofia, Città Nuova Editrice Roma 1988 p. 200
[7] Giuseppe DE GENNARO, “Cura delle tossicodipendenze: la scuola dei mistici”, in La Civiltà cattolica, Marzo 1995, n. 3473, p.461
[8]Edith Stein, Mistica della Croce Città Nuova Editrice Roma 1998 p.81
[9] Meister ECKHART, De istrutione spirituali, in Giovanni REALI-Dario ANTISERI, Antologia filosofica vol.I Editrice La Scuola Brescia 1990 pp.518 - 519
[10] E. STEIN, Essere finito e Essere eterno, Città Nuova Editrice,1988 p.102 ss.
[11] Teresa d’Avila, castello interiore, in Opere, Postulazione Generale O.C.D., Roma, p.751 ss.
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ALDO GERVASIO
LA VOCAZIONE COME VIA ALLA SPERANZA E ALLA FELICITA’ NELLA PROSPETTIVA PEDAGOGICA E FILOSOFICA DI MARIA ZAMBRANO.
Analizzando gli scritti di Maria Zambrano,[1] appare del tutto evidente che il suo percorso di vita è sorretto da un profondo dinamismo, che è dato dalla coscienza e dal pensiero. In una dimensione feomenologica, la filosofa, già allieva di Ortega y Gasset, compie un’analisi rigorosa di termini, quali “educatore”, “maestro”, “vocazione”, restituendo ad essi il loro autentico significato, in una prospettiva che potremmo definire di “salute globale”[2], di speranza e, dunque, di felicità. Che cos’è, infatti la speranza, se non un proiettarsi verso, un guardare oltre, verso qualcosa che si pone come obiettivo finale la felicità? In questa breve ricerca, affronteremo il tema della felicità in una dimensione filosofica e religiosa. La filosofia classica, in modo particolare quella di Platone, esprime l’esigenza dell’uomo di elevarsi oltre la sfera della sensibilità, per accedere a quella della intelligibilità o noumenicità.A parte l’impianto filosofico di Platone, teso a spiegare e differenziare il mondo sensibile e quello intelligibile, colpisce il modo in cui affronta, nel Teeteto, la questione del bene e del male. Il dialogo si svolge tra Socrate e Teodoro.“Teodoro:se tu, Socrate, delle cose che stai dicendo, riuscissi a convincere tutti, come hai convinto me, fra gli uomini ci sarebbe più pace e i mali diminuirebbero. Socrate: ma i mali non possono certo scomparire,Teodoro. E’indispensabile, infatti, che esista sempre qualcosa di contrario al bene. D’altra parte essi non possono avere sede nel mondo degli dei. Per necessità, invece, essi si diffondono nella natura mortale e in questo nostro mondo. E’ perciò che bisogna sforzarsi di fuggire quanto prima da qui verso lassù. Fuga è il rendersi per quanto possibile simile al dio; e questo rendersi simili è diventare giusti e santi, acquistando saggezza” [3]. Il dialogo tra Socrate e Teodoro si svolge in una cornice filosofica e pedagogica. Socrate, infatti, con la sua riflessione, trasmette a Teodoro l’idea che ciò che si oppone al bene, si diffonde nella natura mortale, che, proprio per essere tale, è sottoposta alla ferrea legge della contingenza e della caducità. Di conseguenza il bene, essendo qualcosa che si oppone alla contingenza, e dunque necessario, non può che avere sede lassù, dove bisogna sforzarsi di fuggire quanto prima. Ciò che colpisce maggiormente è la seguente transazione: “fuga è il rendersi, per quanto è possibile, simile al dio ( fughé dè omòiosis Teò katà to dùnaton)”; laddove il “tò dùnaton” ha una funzione conativa, che esprime lo sforzo e l’impegno per rendersi simile al dio. Ora nella transazione “rendersi simile al dio”, non va ravvisata la superbia o l’ambizione dell’uomo di sostituirsi al dio, a guisa di Prometeo che ruba il fuoco agli dei, ma va ricercato piuttosto il senso di appartenenza, l’origine, cui l’uomo naturalmente tende. Il messaggio di Platone attraverso Socrate, diventa un invito per l’uomo ad assumere connotati e comportamenti divini, perché solo in questa dimensione il bene prende corpo e vita. La ricerca del Bene, come anelito di tutta la storia dell’uomo e che ne segna anche il destino, prende corpo nella filosofia di Maria Zambrano. Questo concetto viene affermato con forza dalla filosofa in uno scritto, in cui riporta una citazione di Agostino: “Il mio bene è quello di stare unito a Dio, se non mi stabilizzerò in Lui, non potrò nemmeno essere in me” [4] . Analizzando questa citazione, la filosofa continua: “ Non potrò restare in me, non potrò essere. Questo che egli dice nelle Confessioni…è una confessione di aneliti filosofici, del grande anelito della filosofia fin da quando esiste: scoprire un essere ovunque, nella natura fisica, nell’uomo stesso” [5]. Agostino afferma un principio teologico, che riguarda l’intimo e diretto rapporto con Dio. Solo chi riesce ad avere con Dio un rapporto autentico, riuscirà a trovare l’essere filosofico e l’essere in se stesso, come egli stesso afferma nel celebre passo: “Noli foras ire! Inteipsum redi! Et si naturam tuam mutabuilem inveneris, trascende teipsum”[6]. E’ infatti nel trascendimento di se stesso che Agostino trova l’essere vero, filosoficamente appagante, spiritualmente esauriente, l’essere come totalità, come dimensione eterna, che ha cercato fin dal suo primo incontro con Ambrogio e che culminerà in quella terribile notte della conversione. Ci imbattiamo così nella fase aurorale della speranza e che ha il suo principio nel desiderio. L’anelito platonico di “essere come dio” e quella di Agostino di “trascendere se stesso”, trovano il loro punto di forza nella scoperta dell’essere “ un essere ovunque, nella natura fisica, nell’uomo stesso”[7]. La Zambrano pone l’accento sul recupero dell’essere, che è anche recupero della filosofia, di quella filosofia fagocitata dalla scienza e dalla tecnologia e relegata in un angolo remoto del sapere. In questa ricerca trova lo spazio necessario e sufficiente quello che abbiamo chiamato “l’anelito” verso il tutto, verso la ricomposizione del tutto, in una prospettiva in cui deve farsi strada il desiderio di trascendenza, quel desiderio di andare oltre un’economia puramente mercantile, per abbattere i due miti che hanno condannato l’uomo all’infelicità: il mito di Prometeo e quello di Narciso. L’uno proiettato verso l’acquisizione e l’esercizio del potere sull’uomo; l’altro proiettato verso quel mondo delle apparenze e della superficialità, verso il culto dell’esteriorità, guide cieche, in una società che reclama, invece, maestri veri, maestri di vita e di sapere, che sappiano trasmettere valori universali e sappiano dettare “ricette” per la vera felicità. Sorvolando sul classico della filosofia, cioè la lettera di Epicuro sulla felicità, intendiamo soffermarci su due concetti sviluppati da Maria Zambrano, che, a nostro giudizio, costituiscono la premessa per la via della felicità nell’era della tecnica: il concetto di “ maestro” e quello di “ vocazione”.
Il maestro e la vocazione
L’obiettivo della Zambrano è quello di dare dignità e autenticità alla figura del maestro, che rimane, sulla scorta di S.Agostino, saldamente ancorata alla vocazione. Alla base del ruolo del maestro è, pertanto, indispensabile una vocazione. “Tutte le vocazioni hanno qualcosa in comune, senza alcun dubbio. Approfondire il luminoso fenomeno in cui consiste la vocazione esige un trattato,e forse ancora più un sistema di pensiero, a partire dal quale la vocazione appaia come una di quelle cose intellegibili che non solo si capiscono, ma danno una mano a farsi capire. La maggior parte dei sistemi filosofici del mondo moderno, delle ideologie che lo invadono, non permettono neppure che si tenga conto del fatto della vocazione, e tantomeno può essere usata la parola stessa vocazione”.[8] Ciò che appare evidente è che la filosofa pone l’accento sul termine “vocazione”, riconducendolo al suo significato originario e liberandolo da tutte le definizioni e sinonimi con cui è stato indicato. Così quella del maestro è una vocazione, che non ha nulla a che vedere con la professione, né con il destino della persona, né tantomeno con le sue competenze specifiche. Per fare in modo che la persona scopra la sua vocazione, è necessario che vi sia alla base un “sistema di pensiero che lasci spazio all’individuo, che gli dia la libertà, una libertà che sia il mezzo in cui vive intangibilmente, la persona”[9].Definisce la vocazione “luminoso fenomeno”, che si disvela alla coscienza, illuminandola e accendendo in essa la volontà di agire. La vocazione, dunque, come atto della coscienza, che racchiude in sé la radice dell’uomo e della sua storia. Il problema di fondo rimane quello di trasmettere e far attecchire questo pensiero nell’era della tecnica, in cui tutto si misura con il metro dell’economia, che è dettato sempre più dal relativismo etico. Così, infatti, si esprime al riguardo: “ Tra le fortune che la vita mi ha procurato, una delle più grandi è quella di aver avuto dei maestri. Uno di loro …mi domandò un giorno se preferivo le idee o le persone; da adolescente qual ero, idealista come tutti gli adolescenti, risposi: le idee. Mi rispose quindi che non avrei mai dovuto dedicarmi all’insegnamento…Oggi credo che egli mi avrebbe dato la stessa risposta, se avessi detto che preferivo le persone alle idee: sono convinta infatti che quella che mi volle suggerire allora il buon maestro era che solo se si preferiscono entrambi, idee e persone, vale a dire se si è pieni di ugual misura d’amore per la chiarezza dell’idea e per la sua incarnazione nella mente di ogni uomo, si può essere un maestro”. [10] La lunga citazione serve a mettere in luce il concetto di “chiarezza dell’idea”, che, mutuato da Cartesio, viene elaborato dalla filosofa in senso di “pathos”, cioè di amore per la chiarezza dell’dea e a un tempo ne enuncia l’incarnazione nella mente dell’uomo. Solo se l’idea, sottoposta alla rigida analisi di chiarezza e distinzione, s’incarna nel cuore dell’uomo, può trovare il suo appagamento e la sua vera dimensione. E’ proprio qui, a nostro giudizio, il vero nocciolo della questione e che è il punto di forza del pensiero della nostra filosofa: amore per la chiarezza; laddove il razionalismo moderno, con la scissione del pensiero e dell’estensione, ha messo in secondo piano la parola “amore”. Solo chi è animato dall’amore per la chiarezza e tale amore trasmette, può definirsi “maestro”. E’, in sostanza, la dimensione dell’anima che va recuperata e che deve essere incarnata nell’uomo quale sostanza pensante.[11] La priorità è quella di umanizzare, cioè “rendere umano” il sapere; laddove l’espressione “rendere umano” non significa soltanto rendere fruibile un messaggio o un contenuto, ma rendere significativo e carico di senso ogni contenuto. Questa carica di senso non può derivare da nient’altro che dal cuore, dall’anima, dalla vocazione di ogni persona. Certamente in un periodo in cui lo sperimentalismo pedagogico ha preso il sopravvento, in linea con le conquiste tecnologiche e lo scientismo; in un momento in cui i “ padroni del pensiero” hanno ucciso l’anima, esprimere apertis verbis concetti come “vocazione” e “sapere dell’anima” o “maestro”, ci vuole un bel coraggio. Ciò che la Zambrano vuole infondere nell’uomo è proprio questa libertà di esprimere concetti interdetti dai canoni ufficiali della scienza e della tecnica. La filosofia moderna, e con essa la pedagogia, ha oscurato per troppo tempo la necessità da parte dell’uomo di esprimere se stesso, la sua umanità ed emotività, la sua vocazione. Così, infatti, si esprime: “La prima cosa che scopriamo è che all’interno della filosofia moderna, non esiste un ambito adeguato, in cui si faccia conoscere il fatto reale della vocazione e la sua essenza” [12]. Traspare,da quest’affermazione, la convinzione che il razionalismo moderno, a partire dal suo padre fondatore Cartesio, abbia rifiutato le ragioni del cuore, per fare posto alla mente, in cui sia il pensiero che l’estensione sono ridotti a una res, cioè a una sostanza, che è tale solo se sperimentabile e verificabile. Sembra di comprendere che il dubbio della Zambrano sia nel fatto che la vocazione non trovi un ambito adeguato all’interno della filosofia moderna, protesa verso l’ordine geometrico. La domanda, dunque, è: che cos’è la vocazione? Dal latino “vocare”, che significa “chiamare”, “la vocazione è, quindi, una chiamata. Una chiamata udita e seguita, che serve per designare il soggetto che la riceve, per qualificarlo, per definirlo; <vocare> viene dalla radice <vox,vocis>, la voce. La vocazione, ovviamente, non è la voce stessa, ma qualcosa che risulta da essa, qualcosa che è accaduto in conseguenza a questa voce e che acquisisce entità. L’acquisisce, è chiaro, in colui che l’accoglie e non la ode solamente”. [13]E’ chiaro che, nella fattispecie, la vocazione assume una caratteristica tutta interiore e spirituale, come avvengono la maggior parte delle vocazioni. Essa è qualcosa che deriva dal fondo dell’anima, germoglia e si sviluppa, fino a giungere alla sfera della coscienza, dove, mediante l’esercizio quotidiano, diventa adulta; e questo divenire adulta significa essere accolta da colui che l’acquisisce. In questa dimensione il processo della vocazione passa sia attraverso l’interiorità dell’anima, sia attraverso la sua esteriorità. Con una descrizione efficace la Zambrano presenta questi due processi con l’immagine del palombaro, che “discende nei fondi marini, per riapparire in seguito, con le braccia colme di qualcosa strappato chissà con quale fatica e che dà, senza neppure rendersi conto di quel che gli è costato e che lo sta regalando a quelli che neppure speravano tanto perché non lo conoscevano”.[14] La vocazione, dunque, implica il fatto che vi sia una “vox” che chiama e una risposta che viene data. La storia, infatti, è piena di personaggi che hanno risposto alla “vox” e che, in modo più o meno eclatante o più o meno silenzioso, hanno atteso alla propria vocazione. Ma qaule “vox” ha influito sulla vocazione?Certamente la verità, la quale, tuttavia, osserva la Zambrano, da sola non basta a “consumare tutta la vita in un simile sacrificio”.[15]La verità presa in astratto, non basta a esaurire l’impegno quotidiano di una vocazione, la quale deve avere le sue radici nel “ terreno affettivo, giacché … è il sentimento che spinge la volontà il suo vero motore”.[16] Si può ben comprendere come la vocazione abbia poco o nulla a che vedere con le attitudini. I due elementi, vocazione e attitudini, non si escludono, ma non per questo sono necessariamente complementari e coincidenti, giacché è possibile che vi siano attitudini, ma non la vocazione. Così, infatti, si esprime Maria Zambrano: “Tutto questo ci porta alla considerazione di un punto di vista estremamente importante rispetto al quale differiamo dalla credenza in uso o, meglio, dalla supposizione che sia il temperamento a decidere la vocazione, il che equivale a dire che è la struttura psichica dell’individuo a decidere per lui se percorrere una o un’altra strada”.[17] Ciò rafforza ulteriormente l’idea che la vocazione “non coincide sempre con i gusti, né…con gli atteggiamenti, con quelli che vengono chiamati talenti…”.[18] Questo passaggio appare indispensabile per chi voglia dedicarsi a una ricerca sulla vocazione, giacché il sentimento che ad essa sottende non si può moralmente eludere, nonostante la ragione possa seguire altre vie. Ci siamo soffermati sui due concetti di “maestro” e di “vocazione”, partendo dal principio che il vero maestro è colui che alla base, cioè dentro di sé, è animato da una vera vocazione. La crisi che attraversa questo secolo e che ha investito il secolo precedente, è, in buona misura, attribuibile alla crisi della “ vocazione”. Potremmo dire che tutte le crisi scaturiscono dalla crisi più grande, che è appunto quella della vocazione, che non è, solo la vocazione a fare una cosa o un’altra, ma una vocazione più ampia, come sostiene Maria Zambrano, che investe l’uomo nella sua essenza, nel suo codice di comportamento, nelle sue molteplici manifestazioni, nella sua relazione con l’altro. E’ l’assenza o la crisi di vocazione che genera infelicità e che fa dire a B.Pascal che “tutta l’infelicità umana deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E questo “starsene nella stanza da solo” non è l’isolamento dell’uomo, ma è quel bisogno di trascendenza, che si avverte e avvicina la creatura al Creatore e insieme parlano d’amore. Il recupero della vocazione diventa, quindi, un’esigenza reale, concreta, perché in assenza di vera vocazione volta al trascendente, il mondo ci sfugge dalle mani, dalla nostra visione finalistica, con le gravi conseguenze per il nostro pianeta e per l’umanità.
La proposta dei Mistici
E’ necessaria una svolta, un’inversione a U, che riporti l’uomo alla sua originaria armonia. Una svolta che può avvenire in una dimensione mistica, che è, a nostro giudizio, una possibile via d’uscita, come viene messo in evidenza dagli studi del gesuita Giuseppe De Gennaro. In una società in cui il senso della vita non solo viene messo in discussione, ma la vita stessa viene vissuta con smarrimento, per l’assenza pressoché totale di punti di riferimento, è necessaria una svolta, un ritorno alle origini, per rifondare una nuova paideia. La prospettiva indicata da De Gennaro è rivolta alla cura, nell’ottica della salute globale: “A tal genere di salute sono destinati tutti gli esseri umani, per cui si ritiene che la vocazione alla salute globale possa coincidere con l’universale vocazione alla salvezza ed in definitiva alla santità”[19] . La vocazione alla salute e alla santità è data dalla formazione alla pratica del testo mistico. E’ una proposta educativa, uno stile di vita, che ha la sua ragione d’essere nella ricerca interiore e nell’armonia, che si raggiunge attraverso la preghiera, cui si aggiungono altri parametri e cioè: riposo, lavoro, comunicazione e l’ umile obbedienza. Sono cinque regolatori interdipendenti di vita, che interagiscono, allo scopo di riportare la persona verso l’armonia e l’equilibrio. La preghiera è l’elemento centrale, che permea di sé tutto l’uomo e gli dona quella capacità di agire in modo disteso e concentrato. Così il lavoro va vissuto con una “volontà gioiosa e creatrice, per fare bene l’opera che si ha tra mano… e che esalta la libertà del lavorante”.[20] La comunicazione diventa “attenzione all’altro”, per aiutarlo ad essere aiutato. L’umile obbedienza è l’espressione della libera scelta di chi intende seguire il programma di guarigione. La ricerca di senso, infatti, richiede grande concentrazione e calma, dettate da un riposo adeguato. L’elemento determinante è dato dalla consapevolezza che l’uomo oggi è decentrato, cioè fuori dal centro, quello star fuori (existere) che gli procura quel senso di vuoto e di smarrimento. L’uomo, questo essere così fragile, cerca di risollevarsi e di mettersi in sesto mediante i rimedi (droga, alcool,cibo, lusso, mania di onnipotenza…); tutti rimedi che si rivelano peggiori del male. Che fare? L’uomo deve ritornare al centro, ha bisogno di “curarsi” attraverso il trascendente, mediante la pratica del testo mistico. L’esercitante ( così si chiama chi intende fare un percorso per cercare l’armonia), deve seguire un programma ben strutturato e definito, ma costante, per ritrovare se stesso e fare in modo che altri ritrovino se stessi in un contesto, quello attuale, che non ci propina nulla di buono, ma spesso genera infelicità. La tecnologia, l’esasperata e spasmodica ricerca del potere e del piacere (Prometeo e Narciso), l’economia mercantile che pervade ormai ogni angolo più remoto della nostra società industrializzata, prendono il sopravvento, fino a soffocarci e farci perdere il centro verso il quale, fin dalle origini, siamo proiettati. E’ quel Centro che l’uomo deve recuperare attraverso l’intersoggettività di Husserl, la “cura” di Heidegger e la visione empatica di Edith Stein, su cui l’uomo può costruire e reinventare la sua vocazione alla speranza, quella speranza di cui parla Maria Zambrano, cioè la rinascita dell’uomo: “…Possiamo vedere che l’uomo è una strana creatura a cui non basta nascere una sola volta: ha bisogno di venire riconcepito. Quello che si chiama <spirito> ben può essere questa necessità e potenza di riconcepimento che l’uomo ha,mentre alle altre creature basta nascere una sola volta.Ogni cultura viene a essere conseguenza del bisogno che abbiamo di nascere di nuovo. E così la speranza è il fondo ultimo della vita umana, ciò che reclama ed esige la nuova nascita,il suo strumento, il suo veicolo.Perciò l’essere umano non riposa; perché tutte le volte che in successive culture è rinato,non ha potuto raggiungere la nascita definitiva, poiché in nessuna di esse ha trovato, né forse può trovare,quell’essere intero e compiuto che va cercando”.[21] E’ questo, a nostro giudizio, il messaggio filosofico e pedagogico di Maria Zambrano, per la quale l’essere può raggiungere la sua interezza e compiutezza solo nella rinascita. Rispondendo a Nicodemo, che gli chiedeva se Dio fosse con Lui, che operava miracoli, Gesù disse: “In verità in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” . Gli disse Nicodemo:” come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,1-8). Il ritorno alle origini, dunque, è la via dell’essere, non nella dimensione di “essere per la morte”, ma di “essere per la Vita”, in una prospettiva assoluta, universale, un ri-nascere dall’acqua e dallo Spirito. Riteniamo sia questa la svolta filosofica e pedagogica operata da Maria Zambrano: la vocazione alla speranza, per raggiungere vera felicità.
[1] Maria ZAMBRANO (1904-1991) è una delle figure più originali del pensiero contemporaneo. Visse a lungo in esilio, all’instaurarsi della dittatura franchista. Rientrò in Spagna nel 1984 e qualche anno dopo (1988) vinse il premio Cervantes. Molte delle sue opere sono state tradotte in italiano, come: Chiari del bosco (Milano 1991), I beati (Milano 1992), Delirio e destino (Milano 2000), Verso un sapere dell’anima (Milano 1996), Per l’amore e per la libertà (Milano 2008),L’agonia dell’Europa(Venezia 2009), per citarne solo alcune.
[2] Giuseppe De GENNARO Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei Mistici in “La Civiltà Cattolica”n. 3473 (1995) pp. 461
[3] Platone Teeteto Feltrinelli Editore Milano 2005 p.129
[4] Agostino Confessioni Libro VII 11 in M. ZAMBRANO L‘agonia dell’Europa Venezia Marsilio 1999 p. 39
[5] Ibidem
[6] Agostino De vera religione 39,72
[7] Agostino Confessioni Libro VII 11 in M. ZAMBRANO L‘agonia dell’Europa Venezia Marsilio 1999 p. 39
[8] M.ZAMBRANO Per l’amore e per la libertà Marietti Genova 2008 p. 99
[9] Ibidem
[10] M. ZAMBRANO Verso un sapere dell’anima Raffaello Cortina Editore Milano 1996 p.183
[11] Con una modalità diversa, Edith STEIN, facendo leva sulla fondamentale risorsa dello Spirito, affronta il problema in
chiave empatica, ponendo un tassello fondamentale nella struttura della persona, nell’ottica della salute globale, dove
le ragioni del cuore e quelle della scienza trovano il loro completamento. In riferimento all’empatia, si veda anche:
Bruno BETTELHEIM Un genitore quasi perfetto Feltrinelli Milano 1987 p.15, 117-118; E. STEIN, Introduzione
alla filosofia Città Nuova Editrice Roma 1988 p.200.
[12] M.ZAMBRANO Per l’amore e per la libertà Marietti Genova 2008 p.100.
[13] Ibidem pp.105-106
[14] Ibidem
[15] Ibidem, p. 107
[16] Ibidem
[17] Ibidem, p.108
[18] Ibidem
[19] Per un maggiore approfondimento, si rimanda ai seguenti studi e ricerche: di G. De GENNARO: Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei mistici, in la “Civiltà Cattolica”, 3473 (1995) pp.461-470; b) Droga anni 80:che fare? (A cura di),Atti del convegno internazionale L’Aquila 1980; c) Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali (a cura di) Città Nuova Editrice 2002; d) Testo-Riforma, metonimia e metafora nel XVI secolo Torino UTET 1978; e)Letteratura mistica :San Paolo mistico (con Elisabetta C. Salzer) Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana 1999; f)Letteratura mistica:l’Evangelista mistico (con E.C.Salzer) Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana 2001; g) i quattro universi di discorso ( a cura di) atti del congresso internazionale “Orationis Millennium” Roma 2002 Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana.
[20] G.De GENNARO Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei mistici, in la “Civiltà Cattolica”, 3473 (1995) pp.461-470;
[21] M.ZAMBRANO L’agonia dell’Europa Marsilio Venezia 2009 p. 53-54