MOSÈ (parte seconda)

Il Signore diede istruzioni a Mosè e gli disse di tenere un’assemblea tra i capi del popolo d’Israele, perché tutti  fossero messi al corrente della volontà di Dio,che era quella di liberare il popolo dalla schiavitù del faraone. Mosé tuttavia era ancora timoroso e non sapeva cosa fare, anche perché non aveva un esercito, né armi, nè attrezzature per poter far fronte agli Egiziani. Allora il Signore lo investì dei suoi poteri, che erano poteri soprannaturali e spirituali, con i quali avrebbe potuto affrontare i saggi degli egiziani e gli mise a fianco suo fratello Aronne, perché facesse da  tramite . Allora Mosé, dopo tante titubanze, partì dalla terra di Madian e ritornò in Egitto. Il primo incontro con il faraone non fu certamente incoraggiante. Alla richiesta di permettere al popolo d’israele di uscire  dall’Egitto, il faraone rispose con l’inasprimento dei lavori forzati.   Allora gli scribi, cioé i capi del popolo ebreo, si recarono dal faraone, per chiedere spiegazioni, ma questi li cacciò in malo modo e inasprì ancora il lavoro del popolo. Essi  accusarono Mosè e Aronne, quali responsabili di quella situazione scabrosa. Allora Mosé si rivolse al Signore, facendo sentire il suo lamento e quello del popolo, ma il Signore promise che presto li avrebbe fatti uscire dalla terra straniera, cioé dall’Egitto. Così leggiamo nel libro dell’Esodo “Mosé e Aronne si recarono poi alla corte del faraone,per dimostrare di possedere poteri soprannaturali. Infatti Aronne gettò il bastone davanti al faraone e davanti ai suoi servi ed esso divenne un serpente.  Allora il faraone convocò i sapienti e gli incantatori e anche i maghi dell’Egitto, con le loro magie, operarono la stessa cosa. Gettarono ciascuno il suo bastone e i bastoni divennero serpenti. Ma il bastone di Aronne inghiottì i  bastoni degli Egiziani. Però il cuore del faraone si ostinò e non diede loro ascolto. secondo quanto aveva predetto il Signore”( Es 7,10-13). Poiché il cuore del faraone si era molto  indurito, il Signore lo colpì con dieci flagelli, le dieci piaghe d’Egitto. Nella prima piaga l’acqua del fiume Nilo fu trasformata in sangue, con la morte di tutti i pesci e con la mancanza assoluta di acqua potabile. Poi il Signore mandò un’ invasione di rane talmente grande, che invasero campi, case ed entrarono persino nei letti. Il cuore del faraone tuttavia s’induriva sempre di più. Il Signore mandò allora una grande invasione di zanzare, ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto a Mosè.Fu poi la volta di una grande invasione di mosconi, ma il faraone si ostinò ancora e non lasciò partire il popolo. A questa piaga seguì la morte di tutto il bestiame degli Egiziani; ma il   faraone fu ancora più ostinato nel suo proposito. Allora il Signore fece scendere sugli egiziani un pulviscolo, che procurava ulcere su tutto il corpo, ma anche questa volta  il faraone non diede ascolto. La settima piaga è quella della grandine. Il Signore  fece scendere sul popolo egiziano tanta grandine, che il faraone, chiamati Mosè e Aronne, disse. “Questa volta ho peccato: il Signore ha ragione! Io e il mio popolo siamo colpevoli. Pregate il Signore: basta con i tuoni e la grandine. Vi lascerò partire e non resterete qui più oltre!”.  Allora  Mosè, che ben conosceva la perfidia del faraone, disse:”Quando sarò uscito dalla città, stenderò le mani verso il Signore: i tuoni cesseranno e non vi sarà più grandine, perché tu sappia che la terra è del Signore. Ma quanto a te e ai tuoi ministri, io so che ancora non temerete il Signore Dio”. Anche questa volta, nonostante Mosè avesse fatto cessare la grandine, il cuore del faraone si ostinò; e neanche con l’invasione delle cavallette, l’ottava piaga, lasciò partire gli ebrei. Infine sul popolo egiziano scese per tre giorni una fitta tenebra, che non si potevano vedere gli uni con gli altri. Allora il faraone cacciò via Mose e Aronne. Fu a questo punto che accadde qualcosa di portentoso. Era la Pasqua e Mosè aveva dato istruzioni, com’era consuetudine, sul modo di celebrarla.   ( fine parte seconda)

 

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            MOSÈ (parte prima) Es  capp. 1-3

Dopo la morte di Giuseppe, il popolo d’Israele si moltiplicava sempre più e uno dei Faraoni( cioè il re), che si erano avvicendati alla guida dell’Egitto, temeva che la crescita esponenziale degli Israeliti avrebbe messo in discussione il suo regno.( siamo nel periodo di Ramses II, nel 1250 a.C.). Il faraone pensò bene allora, per fermare quella crescita,  di emanare un editto, secondo il quale tutti i nati maschi dalle donne ebree dovevano essere uccisi. E così fu. Ora accadde che proprio in quel periodo, da una donna della famiglia di Levi, nacque Mosè. La Madre, aiutata dalla figlioletta,  mise il bambino in una cesta resa impermeabile e lo affidò alle acque del fiume Nilo. La figlia del Faraone, mentre era con le sua ancelle lungo il fiume, incuriosita da quella cesta, la raccolse, l’aprì e....sorpresa! Un bambino Ebreo!    Lo volle tenere per sé,   e lo chiamò Mosè, che significa “salvato dalle acque”. Occorreva però una nutrice.  In quel momento le si avvicinò la sorellina di Mosè,che nel frattempo era rimasta nascosta tra i giunchi, per vedere che cosa sarebbe stato di quella cesta, e si offrì per andare a chiamare una nutrice ebrea, che potesse allattare quel bambino. E andò a chiamare proprio la madre, la quale lo svezzò per circa tre mesi e poi lo consegnò alla figlia del Faraone.  Bella questa storia, vero? Ma vediamo come prosegue. Passarono gli anni e Mosé si rese conto dell'oppressione che subivano gli Ebrei da parte del Faraone.  Un giorno Mosè, che era un giovane bello e robusto,uccise una guardia egiziana e fu costretto a fuggire nel deserto, nel paese di Madian. Mentre sedeva presso il pozzo, le figlie del sacerdote di Madian “vennero ad attingere acqua, per  riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame”. Tornate a casa, le fanciulle riferirono l’accaduto al padre, il quale invitò Mosè a vivere presso di lui e gli diede in moglie la figlia Zippora o Sefora. Nel lungo corso della loro esistenza in Egitto, gli Israeliti gemevano per l’oppressione da parte del Faraone. Qui la storia diventa molto interessante e anche abbastanza complessa; ma cerchiamo di renderla accessibile a tutti. E allora leggiamo il testo dal libro dell’Esodo.Un giorno Mosè, mentre pascolava il gregge del suocero, “condusse il bestiame oltre il deserto e  arrivò al monte di Dio, l’Oreb, e l'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato troppo al roveto e disse: “Mosè!Mosè! Non avvicinarti,  togliti i sandali, perché il luogo sul quale tu stai è una Terra Santa. Io sono il Dio di tuo padre, Dio di Abramo,  di Isacco, il  Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio. Dio gli parlò ancora e disse: “ho osservato la miseria del mio popolo in  Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le sue sofferenze...ora però, va’! Io   ti mando dal Faraone. Fa’ uscire dall’ Egitto il mio popolo”. Mosè disse a Dio: “chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall ‘Egitto gli Israeliti?”.  Dio  rispose: “ io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo Monte”. Poi Mosè disse: “Signore che cosa dirò al mio popolo, quando mi domanderà come si chiama la persona che ho incontrato sul monte, il Dio dei nostri padri?”. E Dio disse: “ Io sono colui che sono. Tu dirai loro:  ‘Io Sono mi ha mandato a voi’.   Questo è il mio nome per sempre ,questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione”.  

 

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La vocazione di Samuele

 In quel tempo Eli, il custode del Tempio, stava riposando in casa, perché i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere  e Samuele era coricato nel tempio del Signore, dove si trovava l'arca di Dio, che era come il nostro tabernacolo sull’altare.

Ed ecco, nel pieno della notte, si udì una voce 

Samuele!!!

Oh!!! Chi è? Sei tu, Eli, mi hai chiamato, eccomi

Oh! non ti ho chiamato, figlio mio; torna a dormire, hai fatto solo un brutto sogno! Dormi, perchè domani dobbiamo alzarci presto! Verrà tanta gente ad offrire il sacrificio al Tempio!

Ma quando Samuele si riaddormentò, ecco di nuovo quella voce, che lo chiamava con insistenza.

Samuele! Samuele!!!!  

Si,si, Eli; sei ancora tu? Mi hai chiamato? Hai bisogno di qualcosa? Eccomi!

No,non ti ho chiamato, figlio mio,ritorna a dormire! Io sono vecchio e stanco e ho bisogno di dormire anch’io! 

In realtà Samuele fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare e questa volta con più insistenza:

Samuele! Samuele!!!!

Mi hai chiamato, Eli? Eccomi, se ti occorre qualcosa, io sono qui e sono sveglio!

No, Samuele,vattene a dormire, figlio mio, e se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta .

Venne il Signore, stette di nuovo accanto a Samuele e lo chiamò ancora come le altre volte

Samuele, Samuele!!!

Parla, perché il tuo servo ti ascolta. 

Ecco, finalmente hai risposto alla mia chiamata! Io sto per punire il popolo d’Israele, perché si sta comportando veramente male, non rispetta le leggi e non mi onora al Tempio. E compie tutte le altre cose che non sono gradite a me, che sono il Signore.

Si, si , mio Signore, io adesso vado a dormire e domani, al mio risveglio, riferirò tutto a Eli.

Samuele si coricò fino al mattino, poi aprì i battenti della casa del Signore e non osava però manifestare a Eli la visione che aveva avuto. Allora Eli gli disse: 

 Samuele, figlio mio

Eccomi,Eli. 

Che discorso ti ha fatto quella voce che sentivi questa notte? Non tenermi nascosto nulla. Così Dio agisca con te e anche peggio, se mi nasconderai una sola parola di quanto ti ha detto».

Il Signore mi ha detto: Io sto per punire il popolo d’Israele, perché si sta comportando veramente male, non rispetta le leggi e non mi onora al Tempio. E compie tutte le altre cose che non sono gradite a me, che sono il Signore.

Eli disse a Samuele

Si, è vero!Egli è il Signore! Faccia ciò che a lui pare bene. Certo non ci comportiamo bene, è vero, ma la nostra speranza è nel suo perdono.

Samuele acquistò autorità, poiché il Signore era con lui; perciò tutto Israele seppe che Samuele era il profeta del Signore. E allora molti si erano covertiti. Quando Samuele uscì dal Tempio, tutto il popolo lo acclamava e diceva: evviva Samuele, evviva il nostro profeta! In seguito il Signore si mostrò altre volte a Samuele ed egli parlò a tutto il popolo d’Israele e annunciava la parola del Signore.

 

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GIUSEPPE ( parte seconda)

Prima che iniziassero gli anni di carestia, a Giuseppe nacquero due figli, Manasse ed Efraim. Sopraggiunti i sette anni di carestia, anche nei territori più lontani dal paese d’Egitto cominciò a scarseggiare il grano. Israele (cioè Giacobbe), inviò i suoi figli in Egitto, per comprare il grano necessario alla loro sopravvivenza. Poiché Giuseppe era il sovrintendente di tutto, i fratelli si rivolsero a lui, che li riconobbe, ma fece finta di non conoscerli. Cominciò a fare loro delle domande circa la loro provenienza e quelli gli dissero tutto, del padre Giacobbe e del figlio Beniamino. Allora Giuseppe, pur di vedere il fratello minore, architettò un piano: fece riempire i loro sacchi di grano, perché potessero sfamare le loro famiglie nella terra di Canaan, ma trattenne come prigioniero il fratello Simeone, mentre gli altri fratelli tremavano per la paura. Pensavano infatti che quella sorte fosse toccata loro per il male  che avevano fatto al fratello Giuseppe. Intanto gli uomini ritornarono a Canaan e riferirono a Israele tutto quanto era accaduto. Poiché la carestia continuava a gravare sul paese, quando ebbero finito di consumare il grano, Israele mandò  di nuovo i figli in Egitto, per potersi rifornire. Il problema era che questi avevano promesso al sovrintendente Giuseppe che avrebbero portato anche il loro fratello più piccolo, Beniamino. Dopo molte insistenze e dopo che il figlio Giuda si fece garante della incolumità di Beniamino, a costo di perdere per lui la propria vita, Israele a malincuiore acconsentì. Partirono e si presentarono nuovamente a Giuseppe. Quando Giuseppe li vide, si commosse e diede ordine al suo maggiordomo di sistemare gli ospiti nella casa, dove avrebbero pranzato tutti insieme. I figli di Israele non capivano tutto quel riguardo e pensarono che, una volta in casa, Giuseppe li avrebbe giustiziati. Non fu così, perché Giuseppe pranzò con loro e mentre ascoltava il racconto della morte di Rachele, che era la madre di Beniamino e anche sua madre, non ce la fece a trattenere le lacrime e se ne andò a piangere in un’altra stanza. La mattina seguente diede ordine al maggiordomo di riempire i sacchi di grano e di mettere nel sacco di Beniamino la sua coppa regale, simulando un furto. E li fece partire. Giuseppe desiderava che Beniamino rimanesse con lui, perciò escogitò il furto della sua coppa, che fu trovata proprio nel sacco di Beniamino. I fratelli allora si stracciarono le vesti, temendo che Beniamino avrebbe subito la condanna a morte. Allora Giuda, che si era fatto garante della sua incolumità, si offrì al posto di Beniamino. A questo punto Giuseppe non ce la fece a trattenere le lacrime e si fece riconoscere dai suoi fratelli. Questi, increduli, lo guardavano e pensavano che si sarebbe vendicato per quello che gli avevano fatto. Giuseppe invece li perdonò, nonostante l’incredulità li pervadesse per molto tempo. Giuseppe allora presentò i fratelli al Faraone, il quale li invitò a rimanere in Egitto, dove avrebbero avuto sicuramente un trattamento speciale e anche posti di responsabilità.  L’incredulità mista alla gioia fu grande per Israele, che quasi non resse per l’emozione. Decisero allora di partire dalla terra di Canaan per l’Egitto, e tutti ebbero udienza dal Faraone, che diede mandato a Giuseoppe di farli abitare nella zona migliore dell’Egitto. Come abbiamo detto, Giuseppe ebbe due figli, Manasse ed Efraim,che furono condotti da Giacobbe, che era ormai vecchio e malato. Giacobbe li benedisse e nel benedirli, pose la mano destra sulla testa di Efraim, che era il secondogenito di Giuseppe. Giuseppe oppose qualche resistenza e credeva che il padre si fosse sbagliato, ma non si era sbagliato, perché Efraim diventerà un grande popolo, al pari di Manasse e contribuiranno in modo massicio alla storia della salvezza. Dopo questi fatti, venne il tempo della fine anche per Giacobbe,il quale, prima di morire, chiamò Giuseppe e si fece promettere che alla sua morte l’avrebbe seppelito nella terra di Canaan,nel campo di Macpela, di fronte a Mamre, dove erano sepoliti Abramo e la moglie Sara, Isacco e la moglie Rebecca. Così avvenne e Giseppe e i suoi fatelli ritornarono in Egitto. I fratelli temevano, una volta morto il padre Giacobbe,  di essere trattati da nemici da parte di Giuseppe. Si gettarono ai suoi piedi, ma Giuseppe disse “non temete, sono forse io al posto di Dio? Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso.Dunque non temete, perché io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini”. Giuseppe visse centodieci anni insieme con i figli Efraim e Manasse e i figli dei figli, fino alla terza generazione. Poi, dopo aver dato le ultime disposizioni, morì, fu imbalsamato e posto in un sarcofago. Con la morte di Giuseppe si chiude anche il primo libro della Genesi.

 

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