OLTRE LA DIVERSITA’ PER UNA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE
CASSINO 20 – 21 – 22 Ottobre 2008
Relazione introduttiva del Prof. Aldo Gervasio, Presidente del Laboratorio di Ricerca Socio Psico Pedagogca “Edith Stein”.
Cari colleghi e futuri colleghi, come in ogni corso di formazione, è necessaria una introduzione di natura teorica, per tracciare le linee fondamentali della problematica che andiamo a proporre e che si compendia nel titolo “oltre la diversità per una cultura dell’integrazione”.
Innanzitutto perché questo titolo? Potremmo rispondere semplicemente che si tratta ormai di un tema di grande attualità e non sbaglieremmo; ma oltre a essere attuale, è anche universale; anzi l’integrazione stessa si costruisce sull’universalità, nel senso che l’universo non è solo qualcosa da scoprire, ma anche qualcosa da costruire insieme, in una dimensione intersoggettiva, empatica, nel significato pregnante del termine, così come viene proposto da Husserl, il padre della fenomenologia, e ancor più dalla sua brillante allieva Edith Stein, che può essere considerata la fondatrice dell’empatia, cui la nostra filosofa e santa ( Santa Teresa Benedetta della Croce) dedicò tutta la sua vita, a partire dalla discussione della tesi di laurea “ il problema dell’empatia”.
Partendo dalla testimonianza di Edith Stein, mi soffermerò su alcuni assunti teorici dell’integrazione, che verranno sviluppati praticamente nei prossimi due giorni.
Il vostro, il nostro, è un lavoro che richiede competenze specifiche di pedagogia e di didattica speciale sempre in evoluzione, ma conoscenze anche di carattere clinico, sociologico, psicologico, giuridico. Nell’ottica, poi, di un servizio e non solo di un giusto lavoro,potremmo anche dire che la dimensione universale dell’integrazione è in funzione di quella profusione d’amore, che è a fondamento del’ alterità. Dimensione, questa, certamente opinabile, in quanto dipende dal tipo di approccio all’intero, cioè al problema nella sua globalità e complessità.
Mediante l’approccio proprio della fenomenologia, analizziamo ora il titolo del corso, nelle parti che lo compongono, soffermandoci sul significato dei termini: OLTRE LA DIVERSITA’ PER UNA CULTURA DELL’INTEGRAZIONE.L’avverbio “oltre” sta a indicare il passaggio da una visione limitata a una visione allargata. Qui e ora è il mio limite. Oltre significa “l’oltrepassamento” di questo limite, laddove per “limite” si intende il “confine”, il “limes” appunto, entro cui mi trovo a operare.. L’oltre, dunque, sta a indicare il superamento del limite e l’adesione a quella visione cosmica, universale, ma tendente sempre all’infinito e sempre rinnovatesi in un processo di ricerca - azione - ricerca.
Si comprende come quest’avverbio “oltre”, lungi dal significare poco o niente, assume invece un significato peculiare nella dimensione filosofica, che è poi il punto di partenza e di arrivo di ogni ricerca.
L’articolo determinativo “la” sta a indicare proprio ciò di cui si intende parlare o si sta parlando o si è già parlato: proprio quella e non un’altra. Non parliamo, infatti, di una certa diversità, ma di quella diversità, quella che da una parte la natura e dall’altra la società fanno diversa e indicano, appunto, cme diversità. Ora è innegabile che la natura ci faccia diversi, nonostante il nostro essere simili gli uni con gli altri, secondo un assioma classico della filosofia, secondi cui “il simile si aggrega al suo simile” “similis cum simile aggregatur”, ma in questa diversità siamo fortemente simili e terribilmente diversi.
E con ciò introduciamo la spiegazione del termine “diversità”. Questo termine deriva dal latino divertere, che significa “scostarsi da, essere opposto a, diverso da, essere diverso”. La diversità, dunque, sta a indicare ciò che si oppone a qualcos’altro.
L’uomo, infatti, per sua peculiare natura, in una situazione di normalità è portato a divertere,cioè a considerare l’altro un diverso da sé, cui si deve opporre per sopraffarlo, nella lotta per la sopravvivenza, come ci mostrano l’etologia e gli studi comparati sull’aggressività ( valgano, fra tutte, le tesi di Lorenz sull’aggressivià). E’ solo grazie a un sistema di regole convenzionali che l’uomo riesce a considerare l’altro un essere sociale da rispettare. Il diritto naturale, giusnaturalismo, ci presenta la prima grande formula garantista: rispetta la tua vita e quella degli altri. Se a ciò aggiungiamo il fatto che la società si è evoluta in senso positivo, allora abbiamo la dimensione esatta di ciò che stiamo affermando. Oltre la diversità, dunque, sta a indicare quella giusta tensione, il tendere a, il tendere verso il superamento delle barriere: psicologiche, sociali, architettoniche che pongono l’accento proprio sulla diversità.
La preposizione “per” assume una connotazione precisa nel contesto e indica una finalità, uno scopo, un obiettivo da raggiungere. Quale sarà? Una cultura dell’integrazione! L’articolo indeterminativo “una”, non sta a indicare un senso generico, ma un significato di portata universale, che coinvolge tutti, nel perseguimento di un obiettivo anch’esso universale. La sua apparente genericità, “una cultura”, non è altro, nella fattispecie, che la rappresentazione mentale e concettuale della dimensione sociale e spirituale del termine “cultura”, che a sua volta è sostenuta da un sistema assiologico di valori per lo più condivisi.
Il termine “cultura”, infatti, dal tardo latino colere, significa “coltivare”; ma quando questo stesso termine è riferito all’uomo, allora assume il significato di “civiltà”. Ecco allora che il concetto di cultura si incarna in una civiltà, che si esprime proprio in quel sistema assiologico di valori, cui abbiamo fatto riferimento. L’articolo determinativo “della” sta ovviamente a indicare la specificità della cultura, che si traduce nei termini di alterità, circolarità, inclusione. L’integrazione, infatti, è l’intero non corrotto, cioè integro, anche “globale” se volete e, dunque, universale, nel senso che il concetto di integrazione è per tutti, inclusivo e non esclusivo.Dal punto di vista sociale, l’approccio al termine “integrazione” può essere duplice: uno di superficie e l’altro di profondità; ambedue fanno riferimento al pensiero debole e al pensiero forte, di cui parleremo ancora in questa “tre giorni” di formazione e di cui si possono cogliere alcuni aspetti attraverso il materiale che vi è stato consegnato. Il significato di superficie cade nel genericismo ed è riferito a un tipo di integrazione, messa in atto per quel senso di correttezza comune ai più, in quanto, tutto sommato, siamo tutti nella stessa barca e abbiamo tutti gli stessi diritti. Detta in questi termini, la cosa è soltanto ciò che è, cioè soltanto una cosa, un assunto, giusto quanto si vuole, ma spesso privo di coinvolgimento emotivo, affettivo, empatico. Il significato di profondità, invece, e che fa capo al pensiero forte, è quello che scaturisce dalla considerazione dell’altro , della sua assoluta universalità; cioè quando si considera l’altro una persona, un ospite, nel senso che viene sempre accolto, fino ad essere parte dell’intero. Questa considerazione è valida in tutte i contesti nei quali utilizziamo il termine “integrazione”, a maggior ragione quando ci si riferisce all’handicap.
E qui vale la pena richiamare, a buon titolo, il tema fondamentale del personalismo che è quello della centralità della persona. Edith Stein, riguardo a questo tema così si esprime , in uno dei suoi studi Problemi dell’educazione della donna: “Così tendendo al fine proposto dall’ordine eterno della vita umana, si giunge anche a soddisfare quelle esigenze del nostro tempo, nelle quali ci siamo imbattuti all’inizio: attitudini al matrimonio e alla maternità, capacità professionale, responsabilità politico-sociale, prontezza al servizio del Signore come base di tutto. Naturalmente sono solo i bisogni del tempo che derivano dalla nostra visione del tempo, che devono venir sintonizzati con l’ordine eterno. Questo ordine eterno, infatti, esige il rifiuto preciso delle pretese avanzate da mentalità completamente diverse: rifiuto di un ordine sociale e di un metodo educativo che nega completamente le particolarità e la missione peculiare della donna, che non ammette la cooperazione organica dei sessi, la struttura organica della società,ma vuole ridurre tutti gli individui quasi ad atomi di un grande meccanismo economico, meccanicamente regolato. Ma anche rifiuto di un ordine sociale e di un metodo educativo che valuta i valori umani e i rapporti sessuali solo dal punto di vista biologico, che ignora l’importanza assoluta e la superiorità d’ordine dell’elemento spirituale nei confronti di quello vitale, e nulla sa di un orientamento soprannaturale”.1[1] La Stein mette in luce lo sforzo di promuovere la donna e la sua formazione, ma per ciò stesso la formazione dell’uomo, e proiettarla in una dimensione che, pur rimanendo saldamente ancorata alla realtà, (e quale realtà, se si considera che allora vi era il nazionalsocialismo), trascende questa stessa realtà per un ideale non solo più alto, ma eterno.
Il problema dell’empatia
In questa dimensione educativa la Stein sviluppa il concetto di empatia, partendo dal principio che alla base di ogni rapporto intersoggettivo, c’è necessariamente un aspetto fondamentale fenomenologico, in virtù del quale il singolo si rende conto dell’altro singolo. E’ questo “rendersi conto di” che affascina la studiosa Edith Stein e la proietta in una continua ricerca dell’altro, dell’interiorità, dell’altro come fenomeno, cioè come fonte di conoscenza profonda. E’ questa conoscenza profonda che si trasforma in “empatia”, parola tanto cara alla psicologia, ma con la quale ha poco a vedere.
Partendo dal concetto di “empatia, fonte e metodo educativo per eccellenza dal punto di vista religioso, Edith Stein raggiunge le più alte vette della mistica, abbracciando fino in fondo la sua Croce, unica speranza. E’ in questa prospettiva che va vista la persona: è la dimensione della salute globale.
In un periodo in cui il pensiero forte domina la scena culturale a cavallo tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo secolo, mentre si moltiplicano quei “maitres à penser” che tentano di imporre i loro modelli, si rende necessario il forte richiamo a quello che Giuseppe De Gennaro, sulla Rivista “La Civiltà Cattolica” chiama “pensiero fortissimo” (3). Nella fattispecie il pensiero fortissimo non può che andare oltre l’uomo, nella direzione del trascendente, passando comunque attraverso la corporeità, in quella visione Eckartiana dell’uomo quale “finitum quod tendit ad infinitum”. Mi rendo conto della difficoltà che si prova nel passaggio dal razionale alla libertà, indubbiamente, ma occorre anche uno sforzo, quel conatus, che permetta il passaggio all’incondizionato e alla libertà attraverso la vicenda umana della persona, attraverso quell’esperienza dell’alterità, che Edith Stein chiama empatia, termine tanto caro a certi psicologi o a certi cultori dell’affettività, ma che è ben lontano dal significato ad esso attribuito. Cito dal testo di Edith Stein “introduzione alla filosofia”, pag. 200: “ Ora l’empatia, in quanto presentificazione, è un vissuto originario, una realtà presente. Quello che presentifica, però, non è una propria “impressione” passata o futura , ma un moto vitale, presente ed originario di un altro che non si trova in alcuna relazione continua con il mio vivere e non lo si può far coincidere con esso. Mi pongo dentro il corpo percepito, come se fossi io il suo centro vitale e compio un impulso quasi dello stesso tipo di quello che potrebbe causare un movimento – percepito quasi dall’interno – che si potrebbe far coincidere con quello percepito esternamente.” E’, questa, la dimensione umano-relazionale, che supera quel mondo della “intersoggettività”, di cui parla il suo maestro Edmund Husserl, per aprirsi verso quella nuova dimensione, che è la dimensione mistica, attraverso cui Edith Stein concretizza quel suo progetto di vita, che è la ri- costruzione dell’uomo, appunto dell’uomo come totalità, in linea perfetta con il progetto riforma di Ignazio di Loyola con gli Esercizi Spirituali, con quello di S.Giovanni della Croce, il poeta de” la noche obscura” e del “cantico spirituale” e con quel progetto di riforma di Teresa De Avila, la Dottora del “Castello interiore”.
E’, questo, un rimedio a quel malessere strisciante tra quelle aggregazioni indistinte e massificate, in cui si è più soli aggregati di quando si è veramente soli? Certamente non è la soluzione, ma una strada, o meglio, una tabella che indica una strada percorribile tra le tante strade che offre la società contemporanea in termini di distrazione e che significano: bucati, fatti una canna, fatti una pera, sballa, fatti una notte di birra, ingolfati di cibo, di televisione, di pellicce,di macchine, di soldi, esprimi tutto il tuo Narciso e il tuo Prometeo che è in te, perché puoi e devi essere potente, anzi onnipotente.
Il concetto di empatia viene ripreso e completato in altri scritti di Edith Stein,tra cui eccelle “essere finito e essere eterno”,in cui, dopo aver tentato di chiarire il concetto di ousia (prote ousia e deutera ousia), si sofferma compiutamente sull’immagine della trinità nella creazione, immagine a cui perviene attraverso la ricerca del senso dell’essere. E per dare senso compiuto a quanto stiamo affermando, cito da “essere finito e essere eterno”: “tutto ciò che è da me vissuto viene dalla mia anima, è l’incontro dell’anima con qualcosa che la impressiona. Il suo punto di pazienza può trovarsi in superficie o in profondità. La provenienza e l’ordine a strati dell’anima stessa si manifestano attraverso l’esperienza vissuta che ha origine da essi e in essi perché si apre in essa,e così essi giungono al loro essere attuale, presente-vivente”. In quest’ottica presentificante troviamo, indubbiamente, il motivo che anima la ricerca di Edith Stein e che si invera in quella salita verso la “settima stanza” del Castello interiore di Teresa di Avila. In questa visione mistica del mondo della vita, il problema posto da Kierkegaard tra l’estetico e l’etico ha necessità di trovare il suo superamento. E il superamento lo si trova in quell’armonia delle parti che compongono la struttura quadrinomia della persona e che si esprime nel corpo, nella mente, nella psiche e nel cuore. E l’armonia la si raggiunge solo se si rispettano le pause, proprio come in uno spartito musicale. Il grido silenzioso dell’uomo oggi sembra che sia: non sono malato, ma voglio guarire; nel senso che l’uomo se da una parte non vuole ammettere la sua malattia, la sua emarginazione, il suo essere decentrato, cioè fuori dal centro, dall’altra reclama attenzione e indicazioni che esprime in termini di bisogni. E’ a questi bisogni che vanno date indicazioni in termini di vita e di qualità della vita.
I miti da abbattere sono sempre quelli di Prometeo e di Narciso, simboli del potere e del piacere, che si esprimono a vari livelli, soprattutto economico e politico; sono gli archetipi da cui l’uomo si potrà liberare solo attraverso il quotidiano esercizio alla libertà, all’alterità, in questa grande palestra della nostra vita.
Il concetto di empatia viene affrontato anche da Bruno Bettelheim “l’empatia, così importante perché un adulto possa comprendere un bambino ,comporta che si consideri l’altro nostro pari; non per ciò che riguarda il sapere , l’intelligenza o l’esperienza e men che meno la maturità,bensì rispetto ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti adulti e bambini...avere una reazione empatica significa sforzarci di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire non soltanto le sue emozioni, ma anche le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno, come potrebbe fare un osservatore interessato o anche coinvolto, che cerchi di capire i motivi dell’altro con l’intelletto”.2[2]
Edith Stein ci presenta l’empatia come una scienza presentificante, in quanto “è un vissuto originario, una realtà presente: quello che presentifica, però, non è una propria impressione passata o futura,ma un moto vitale,presente ed originario di un altro che non si trova in alcuna relazione continua con il mio vivere e non lo si può far coincidere con esso. Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale e compio un impulso quasi dello stesso tipo di quello che potrebbe causare un movimento - percepito quasi dall’interno - che si potrebbe far coincidere con quello percepito esternamente. Se la presentificazione empatizzante non fosse motivata dalla percezione esterna,allora non si distinguerebbe dalla fantasia. Perciò essa partecipa al carattere posizionale dell’apprensione motivante. Sia il contenuto della percezione esterna che quello dell’empatia si accordano vicendevolmente, nella misura in cui ho osservato il movimento vitale originario, che cerco di rendere intuitivo empatizzando, come realtà”. 3[3]
Il pensiero di Edith Stein ci porta in una nuova dimensione educativa, che va anche oltre quella visione della pedagogia dell’umanesimo e della prospettiva spiritualistica di Bergson, per proiettarsi in una dimensione mistagogica, in cui l’altro diventa parte integrante di me stesso per la realizzazione di un unico fine.
“Mi pongo dentro il corpo percepito. Come se fossi io il suo centro vitale...” E’ questa l’affermazione-chiave, che rende più forte il concetto di empatia, in quanto ricco di quella valenza in più rispetto alla definizione di Bettelheim e a quella che ne fornisce la psicologia. Il concetto di empatia, elaborato già da Husserl quale mondo della intersoggettività, trova, quindi, nella sua brillante allieva quella compiutezza espressiva e di significato totalizzante. La centralità della persona viene, purtroppo, spesso elusa, soprattutto in presenza di un conflitto fra la teoria e la pratica. Lo sanno bene gli insegnanti, specializzati e non, quando si trovano di fronte ad alunni cosiddetti “ingestibili”.
E voi, cari colleghi, vi troverete a fronteggiare situazioni ingestibili o incontrollabili e sicuramente, come è giusto che si faccia, andrete a rivedere le teoria, a spulciare i manuali di didattica speciale, che potrebbero darvi indicazioni, ma che non risolveranno per voi le situazioni indesiderate. Vi troverete spesso ad agire da soli e a prendere da soli delle decisioni educative, nonostante il PEI sia il frutto di una collaborazione e di scelte condivise. Non rinunciate alla creatività, all’invenzione pedagogica del momento, alla sperimentazioni di modelli educativi, perché ogni persona è una persona. Soprattutto cercate di capire sempre il problema, entrate nella Diagnosi Funzionale, anche se non è di vostra competenza, e cercate di capire il problema alla radice. Questo esercizio vi servirà certamente per costruire le strategie del campo cognitivo oltre a quello affettivo e psicomotorio.
Ecco allora che il mosaico di questo titolo del corso si ricompone nella prospettiva del superamento della diversità, per costruire insieme un sistema integrato, in cui si evidenzino le capacità della persona; capacità che possono essere interioremente incentivate e potenziate, ma che preludono ad altri orizzonti cognitivi e comportamentali.
[1] E. Stein, La donna:il suo compito secondo la natura e la grazia, Roma, Città Nuova Editrice 1999 pp. 225 – 226
[2] B. Bettelheim,Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, 1987, pp. 117 – 118
[3] E. Stein ,Introduzione alla filosofia, Roma, Città Nuova Editrice, 1988 , p. 200
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