ALDO GERVASIO
LA VOCAZIONE COME VIA ALLA SPERANZA E ALLA FELICITA’ NELLA PROSPETTIVA PEDAGOGICA E FILOSOFICA DI MARIA ZAMBRANO.
Analizzando gli scritti di Maria Zambrano,[1] appare del tutto evidente che il suo percorso di vita è sorretto da un profondo dinamismo, che è dato dalla coscienza e dal pensiero. In una dimensione feomenologica, la filosofa, già allieva di Ortega y Gasset, compie un’analisi rigorosa di termini, quali “educatore”, “maestro”, “vocazione”, restituendo ad essi il loro autentico significato, in una prospettiva che potremmo definire di “salute globale”[2], di speranza e, dunque, di felicità. Che cos’è, infatti la speranza, se non un proiettarsi verso, un guardare oltre, verso qualcosa che si pone come obiettivo finale la felicità? In questa breve ricerca, affronteremo il tema della felicità in una dimensione filosofica e religiosa. La filosofia classica, in modo particolare quella di Platone, esprime l’esigenza dell’uomo di elevarsi oltre la sfera della sensibilità, per accedere a quella della intelligibilità o noumenicità.A parte l’impianto filosofico di Platone, teso a spiegare e differenziare il mondo sensibile e quello intelligibile, colpisce il modo in cui affronta, nel Teeteto, la questione del bene e del male. Il dialogo si svolge tra Socrate e Teodoro.“Teodoro:se tu, Socrate, delle cose che stai dicendo, riuscissi a convincere tutti, come hai convinto me, fra gli uomini ci sarebbe più pace e i mali diminuirebbero. Socrate: ma i mali non possono certo scomparire,Teodoro. E’indispensabile, infatti, che esista sempre qualcosa di contrario al bene. D’altra parte essi non possono avere sede nel mondo degli dei. Per necessità, invece, essi si diffondono nella natura mortale e in questo nostro mondo. E’ perciò che bisogna sforzarsi di fuggire quanto prima da qui verso lassù. Fuga è il rendersi per quanto possibile simile al dio; e questo rendersi simili è diventare giusti e santi, acquistando saggezza” [3]. Il dialogo tra Socrate e Teodoro si svolge in una cornice filosofica e pedagogica. Socrate, infatti, con la sua riflessione, trasmette a Teodoro l’idea che ciò che si oppone al bene, si diffonde nella natura mortale, che, proprio per essere tale, è sottoposta alla ferrea legge della contingenza e della caducità. Di conseguenza il bene, essendo qualcosa che si oppone alla contingenza, e dunque necessario, non può che avere sede lassù, dove bisogna sforzarsi di fuggire quanto prima. Ciò che colpisce maggiormente è la seguente transazione: “fuga è il rendersi, per quanto è possibile, simile al dio ( fughé dè omòiosis Teò katà to dùnaton)”; laddove il “tò dùnaton” ha una funzione conativa, che esprime lo sforzo e l’impegno per rendersi simile al dio. Ora nella transazione “rendersi simile al dio”, non va ravvisata la superbia o l’ambizione dell’uomo di sostituirsi al dio, a guisa di Prometeo che ruba il fuoco agli dei, ma va ricercato piuttosto il senso di appartenenza, l’origine, cui l’uomo naturalmente tende. Il messaggio di Platone attraverso Socrate, diventa un invito per l’uomo ad assumere connotati e comportamenti divini, perché solo in questa dimensione il bene prende corpo e vita. La ricerca del Bene, come anelito di tutta la storia dell’uomo e che ne segna anche il destino, prende corpo nella filosofia di Maria Zambrano. Questo concetto viene affermato con forza dalla filosofa in uno scritto, in cui riporta una citazione di Agostino: “Il mio bene è quello di stare unito a Dio, se non mi stabilizzerò in Lui, non potrò nemmeno essere in me” [4] . Analizzando questa citazione, la filosofa continua: “ Non potrò restare in me, non potrò essere. Questo che egli dice nelle Confessioni…è una confessione di aneliti filosofici, del grande anelito della filosofia fin da quando esiste: scoprire un essere ovunque, nella natura fisica, nell’uomo stesso” [5]. Agostino afferma un principio teologico, che riguarda l’intimo e diretto rapporto con Dio. Solo chi riesce ad avere con Dio un rapporto autentico, riuscirà a trovare l’essere filosofico e l’essere in se stesso, come egli stesso afferma nel celebre passo: “Noli foras ire! Inteipsum redi! Et si naturam tuam mutabuilem inveneris, trascende teipsum”[6]. E’ infatti nel trascendimento di se stesso che Agostino trova l’essere vero, filosoficamente appagante, spiritualmente esauriente, l’essere come totalità, come dimensione eterna, che ha cercato fin dal suo primo incontro con Ambrogio e che culminerà in quella terribile notte della conversione. Ci imbattiamo così nella fase aurorale della speranza e che ha il suo principio nel desiderio. L’anelito platonico di “essere come dio” e quella di Agostino di “trascendere se stesso”, trovano il loro punto di forza nella scoperta dell’essere “ un essere ovunque, nella natura fisica, nell’uomo stesso”[7]. La Zambrano pone l’accento sul recupero dell’essere, che è anche recupero della filosofia, di quella filosofia fagocitata dalla scienza e dalla tecnologia e relegata in un angolo remoto del sapere. In questa ricerca trova lo spazio necessario e sufficiente quello che abbiamo chiamato “l’anelito” verso il tutto, verso la ricomposizione del tutto, in una prospettiva in cui deve farsi strada il desiderio di trascendenza, quel desiderio di andare oltre un’economia puramente mercantile, per abbattere i due miti che hanno condannato l’uomo all’infelicità: il mito di Prometeo e quello di Narciso. L’uno proiettato verso l’acquisizione e l’esercizio del potere sull’uomo; l’altro proiettato verso quel mondo delle apparenze e della superficialità, verso il culto dell’esteriorità, guide cieche, in una società che reclama, invece, maestri veri, maestri di vita e di sapere, che sappiano trasmettere valori universali e sappiano dettare “ricette” per la vera felicità. Sorvolando sul classico della filosofia, cioè la lettera di Epicuro sulla felicità, intendiamo soffermarci su due concetti sviluppati da Maria Zambrano, che, a nostro giudizio, costituiscono la premessa per la via della felicità nell’era della tecnica: il concetto di “ maestro” e quello di “ vocazione”.
Il maestro e la vocazione
L’obiettivo della Zambrano è quello di dare dignità e autenticità alla figura del maestro, che rimane, sulla scorta di S.Agostino, saldamente ancorata alla vocazione. Alla base del ruolo del maestro è, pertanto, indispensabile una vocazione. “Tutte le vocazioni hanno qualcosa in comune, senza alcun dubbio. Approfondire il luminoso fenomeno in cui consiste la vocazione esige un trattato,e forse ancora più un sistema di pensiero, a partire dal quale la vocazione appaia come una di quelle cose intellegibili che non solo si capiscono, ma danno una mano a farsi capire. La maggior parte dei sistemi filosofici del mondo moderno, delle ideologie che lo invadono, non permettono neppure che si tenga conto del fatto della vocazione, e tantomeno può essere usata la parola stessa vocazione”.[8] Ciò che appare evidente è che la filosofa pone l’accento sul termine “vocazione”, riconducendolo al suo significato originario e liberandolo da tutte le definizioni e sinonimi con cui è stato indicato. Così quella del maestro è una vocazione, che non ha nulla a che vedere con la professione, né con il destino della persona, né tantomeno con le sue competenze specifiche. Per fare in modo che la persona scopra la sua vocazione, è necessario che vi sia alla base un “sistema di pensiero che lasci spazio all’individuo, che gli dia la libertà, una libertà che sia il mezzo in cui vive intangibilmente, la persona”[9].Definisce la vocazione “luminoso fenomeno”, che si disvela alla coscienza, illuminandola e accendendo in essa la volontà di agire. La vocazione, dunque, come atto della coscienza, che racchiude in sé la radice dell’uomo e della sua storia. Il problema di fondo rimane quello di trasmettere e far attecchire questo pensiero nell’era della tecnica, in cui tutto si misura con il metro dell’economia, che è dettato sempre più dal relativismo etico. Così, infatti, si esprime al riguardo: “ Tra le fortune che la vita mi ha procurato, una delle più grandi è quella di aver avuto dei maestri. Uno di loro …mi domandò un giorno se preferivo le idee o le persone; da adolescente qual ero, idealista come tutti gli adolescenti, risposi: le idee. Mi rispose quindi che non avrei mai dovuto dedicarmi all’insegnamento…Oggi credo che egli mi avrebbe dato la stessa risposta, se avessi detto che preferivo le persone alle idee: sono convinta infatti che quella che mi volle suggerire allora il buon maestro era che solo se si preferiscono entrambi, idee e persone, vale a dire se si è pieni di ugual misura d’amore per la chiarezza dell’idea e per la sua incarnazione nella mente di ogni uomo, si può essere un maestro”. [10] La lunga citazione serve a mettere in luce il concetto di “chiarezza dell’idea”, che, mutuato da Cartesio, viene elaborato dalla filosofa in senso di “pathos”, cioè di amore per la chiarezza dell’dea e a un tempo ne enuncia l’incarnazione nella mente dell’uomo. Solo se l’idea, sottoposta alla rigida analisi di chiarezza e distinzione, s’incarna nel cuore dell’uomo, può trovare il suo appagamento e la sua vera dimensione. E’ proprio qui, a nostro giudizio, il vero nocciolo della questione e che è il punto di forza del pensiero della nostra filosofa: amore per la chiarezza; laddove il razionalismo moderno, con la scissione del pensiero e dell’estensione, ha messo in secondo piano la parola “amore”. Solo chi è animato dall’amore per la chiarezza e tale amore trasmette, può definirsi “maestro”. E’, in sostanza, la dimensione dell’anima che va recuperata e che deve essere incarnata nell’uomo quale sostanza pensante.[11] La priorità è quella di umanizzare, cioè “rendere umano” il sapere; laddove l’espressione “rendere umano” non significa soltanto rendere fruibile un messaggio o un contenuto, ma rendere significativo e carico di senso ogni contenuto. Questa carica di senso non può derivare da nient’altro che dal cuore, dall’anima, dalla vocazione di ogni persona. Certamente in un periodo in cui lo sperimentalismo pedagogico ha preso il sopravvento, in linea con le conquiste tecnologiche e lo scientismo; in un momento in cui i “ padroni del pensiero” hanno ucciso l’anima, esprimere apertis verbis concetti come “vocazione” e “sapere dell’anima” o “maestro”, ci vuole un bel coraggio. Ciò che la Zambrano vuole infondere nell’uomo è proprio questa libertà di esprimere concetti interdetti dai canoni ufficiali della scienza e della tecnica. La filosofia moderna, e con essa la pedagogia, ha oscurato per troppo tempo la necessità da parte dell’uomo di esprimere se stesso, la sua umanità ed emotività, la sua vocazione. Così, infatti, si esprime: “La prima cosa che scopriamo è che all’interno della filosofia moderna, non esiste un ambito adeguato, in cui si faccia conoscere il fatto reale della vocazione e la sua essenza” [12]. Traspare,da quest’affermazione, la convinzione che il razionalismo moderno, a partire dal suo padre fondatore Cartesio, abbia rifiutato le ragioni del cuore, per fare posto alla mente, in cui sia il pensiero che l’estensione sono ridotti a una res, cioè a una sostanza, che è tale solo se sperimentabile e verificabile. Sembra di comprendere che il dubbio della Zambrano sia nel fatto che la vocazione non trovi un ambito adeguato all’interno della filosofia moderna, protesa verso l’ordine geometrico. La domanda, dunque, è: che cos’è la vocazione? Dal latino “vocare”, che significa “chiamare”, “la vocazione è, quindi, una chiamata. Una chiamata udita e seguita, che serve per designare il soggetto che la riceve, per qualificarlo, per definirlo; <vocare> viene dalla radice <vox,vocis>, la voce. La vocazione, ovviamente, non è la voce stessa, ma qualcosa che risulta da essa, qualcosa che è accaduto in conseguenza a questa voce e che acquisisce entità. L’acquisisce, è chiaro, in colui che l’accoglie e non la ode solamente”. [13]E’ chiaro che, nella fattispecie, la vocazione assume una caratteristica tutta interiore e spirituale, come avvengono la maggior parte delle vocazioni. Essa è qualcosa che deriva dal fondo dell’anima, germoglia e si sviluppa, fino a giungere alla sfera della coscienza, dove, mediante l’esercizio quotidiano, diventa adulta; e questo divenire adulta significa essere accolta da colui che l’acquisisce. In questa dimensione il processo della vocazione passa sia attraverso l’interiorità dell’anima, sia attraverso la sua esteriorità. Con una descrizione efficace la Zambrano presenta questi due processi con l’immagine del palombaro, che “discende nei fondi marini, per riapparire in seguito, con le braccia colme di qualcosa strappato chissà con quale fatica e che dà, senza neppure rendersi conto di quel che gli è costato e che lo sta regalando a quelli che neppure speravano tanto perché non lo conoscevano”.[14] La vocazione, dunque, implica il fatto che vi sia una “vox” che chiama e una risposta che viene data. La storia, infatti, è piena di personaggi che hanno risposto alla “vox” e che, in modo più o meno eclatante o più o meno silenzioso, hanno atteso alla propria vocazione. Ma qaule “vox” ha influito sulla vocazione?Certamente la verità, la quale, tuttavia, osserva la Zambrano, da sola non basta a “consumare tutta la vita in un simile sacrificio”.[15]La verità presa in astratto, non basta a esaurire l’impegno quotidiano di una vocazione, la quale deve avere le sue radici nel “ terreno affettivo, giacché … è il sentimento che spinge la volontà il suo vero motore”.[16] Si può ben comprendere come la vocazione abbia poco o nulla a che vedere con le attitudini. I due elementi, vocazione e attitudini, non si escludono, ma non per questo sono necessariamente complementari e coincidenti, giacché è possibile che vi siano attitudini, ma non la vocazione. Così, infatti, si esprime Maria Zambrano: “Tutto questo ci porta alla considerazione di un punto di vista estremamente importante rispetto al quale differiamo dalla credenza in uso o, meglio, dalla supposizione che sia il temperamento a decidere la vocazione, il che equivale a dire che è la struttura psichica dell’individuo a decidere per lui se percorrere una o un’altra strada”.[17] Ciò rafforza ulteriormente l’idea che la vocazione “non coincide sempre con i gusti, né…con gli atteggiamenti, con quelli che vengono chiamati talenti…”.[18] Questo passaggio appare indispensabile per chi voglia dedicarsi a una ricerca sulla vocazione, giacché il sentimento che ad essa sottende non si può moralmente eludere, nonostante la ragione possa seguire altre vie. Ci siamo soffermati sui due concetti di “maestro” e di “vocazione”, partendo dal principio che il vero maestro è colui che alla base, cioè dentro di sé, è animato da una vera vocazione. La crisi che attraversa questo secolo e che ha investito il secolo precedente, è, in buona misura, attribuibile alla crisi della “ vocazione”. Potremmo dire che tutte le crisi scaturiscono dalla crisi più grande, che è appunto quella della vocazione, che non è, solo la vocazione a fare una cosa o un’altra, ma una vocazione più ampia, come sostiene Maria Zambrano, che investe l’uomo nella sua essenza, nel suo codice di comportamento, nelle sue molteplici manifestazioni, nella sua relazione con l’altro. E’ l’assenza o la crisi di vocazione che genera infelicità e che fa dire a B.Pascal che “tutta l’infelicità umana deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E questo “starsene nella stanza da solo” non è l’isolamento dell’uomo, ma è quel bisogno di trascendenza, che si avverte e avvicina la creatura al Creatore e insieme parlano d’amore. Il recupero della vocazione diventa, quindi, un’esigenza reale, concreta, perché in assenza di vera vocazione volta al trascendente, il mondo ci sfugge dalle mani, dalla nostra visione finalistica, con le gravi conseguenze per il nostro pianeta e per l’umanità.
La proposta dei Mistici
E’ necessaria una svolta, un’inversione a U, che riporti l’uomo alla sua originaria armonia. Una svolta che può avvenire in una dimensione mistica, che è, a nostro giudizio, una possibile via d’uscita, come viene messo in evidenza dagli studi del gesuita Giuseppe De Gennaro. In una società in cui il senso della vita non solo viene messo in discussione, ma la vita stessa viene vissuta con smarrimento, per l’assenza pressoché totale di punti di riferimento, è necessaria una svolta, un ritorno alle origini, per rifondare una nuova paideia. La prospettiva indicata da De Gennaro è rivolta alla cura, nell’ottica della salute globale: “A tal genere di salute sono destinati tutti gli esseri umani, per cui si ritiene che la vocazione alla salute globale possa coincidere con l’universale vocazione alla salvezza ed in definitiva alla santità”[19] . La vocazione alla salute e alla santità è data dalla formazione alla pratica del testo mistico. E’ una proposta educativa, uno stile di vita, che ha la sua ragione d’essere nella ricerca interiore e nell’armonia, che si raggiunge attraverso la preghiera, cui si aggiungono altri parametri e cioè: riposo, lavoro, comunicazione e l’ umile obbedienza. Sono cinque regolatori interdipendenti di vita, che interagiscono, allo scopo di riportare la persona verso l’armonia e l’equilibrio. La preghiera è l’elemento centrale, che permea di sé tutto l’uomo e gli dona quella capacità di agire in modo disteso e concentrato. Così il lavoro va vissuto con una “volontà gioiosa e creatrice, per fare bene l’opera che si ha tra mano… e che esalta la libertà del lavorante”.[20] La comunicazione diventa “attenzione all’altro”, per aiutarlo ad essere aiutato. L’umile obbedienza è l’espressione della libera scelta di chi intende seguire il programma di guarigione. La ricerca di senso, infatti, richiede grande concentrazione e calma, dettate da un riposo adeguato. L’elemento determinante è dato dalla consapevolezza che l’uomo oggi è decentrato, cioè fuori dal centro, quello star fuori (existere) che gli procura quel senso di vuoto e di smarrimento. L’uomo, questo essere così fragile, cerca di risollevarsi e di mettersi in sesto mediante i rimedi (droga, alcool,cibo, lusso, mania di onnipotenza…); tutti rimedi che si rivelano peggiori del male. Che fare? L’uomo deve ritornare al centro, ha bisogno di “curarsi” attraverso il trascendente, mediante la pratica del testo mistico. L’esercitante ( così si chiama chi intende fare un percorso per cercare l’armonia), deve seguire un programma ben strutturato e definito, ma costante, per ritrovare se stesso e fare in modo che altri ritrovino se stessi in un contesto, quello attuale, che non ci propina nulla di buono, ma spesso genera infelicità. La tecnologia, l’esasperata e spasmodica ricerca del potere e del piacere (Prometeo e Narciso), l’economia mercantile che pervade ormai ogni angolo più remoto della nostra società industrializzata, prendono il sopravvento, fino a soffocarci e farci perdere il centro verso il quale, fin dalle origini, siamo proiettati. E’ quel Centro che l’uomo deve recuperare attraverso l’intersoggettività di Husserl, la “cura” di Heidegger e la visione empatica di Edith Stein, su cui l’uomo può costruire e reinventare la sua vocazione alla speranza, quella speranza di cui parla Maria Zambrano, cioè la rinascita dell’uomo: “…Possiamo vedere che l’uomo è una strana creatura a cui non basta nascere una sola volta: ha bisogno di venire riconcepito. Quello che si chiama <spirito> ben può essere questa necessità e potenza di riconcepimento che l’uomo ha,mentre alle altre creature basta nascere una sola volta.Ogni cultura viene a essere conseguenza del bisogno che abbiamo di nascere di nuovo. E così la speranza è il fondo ultimo della vita umana, ciò che reclama ed esige la nuova nascita,il suo strumento, il suo veicolo.Perciò l’essere umano non riposa; perché tutte le volte che in successive culture è rinato,non ha potuto raggiungere la nascita definitiva, poiché in nessuna di esse ha trovato, né forse può trovare,quell’essere intero e compiuto che va cercando”.[21] E’ questo, a nostro giudizio, il messaggio filosofico e pedagogico di Maria Zambrano, per la quale l’essere può raggiungere la sua interezza e compiutezza solo nella rinascita. Rispondendo a Nicodemo, che gli chiedeva se Dio fosse con Lui, che operava miracoli, Gesù disse: “In verità in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” . Gli disse Nicodemo:” come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t'ho detto: dovete rinascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,1-8). Il ritorno alle origini, dunque, è la via dell’essere, non nella dimensione di “essere per la morte”, ma di “essere per la Vita”, in una prospettiva assoluta, universale, un ri-nascere dall’acqua e dallo Spirito. Riteniamo sia questa la svolta filosofica e pedagogica operata da Maria Zambrano: la vocazione alla speranza, per raggiungere vera felicità.
[1] Maria ZAMBRANO (1904-1991) è una delle figure più originali del pensiero contemporaneo. Visse a lungo in esilio, all’instaurarsi della dittatura franchista. Rientrò in Spagna nel 1984 e qualche anno dopo (1988) vinse il premio Cervantes. Molte delle sue opere sono state tradotte in italiano, come: Chiari del bosco (Milano 1991), I beati (Milano 1992), Delirio e destino (Milano 2000), Verso un sapere dell’anima (Milano 1996), Per l’amore e per la libertà (Milano 2008),L’agonia dell’Europa(Venezia 2009), per citarne solo alcune.
[2] Giuseppe De GENNARO Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei Mistici in “La Civiltà Cattolica”n. 3473 (1995) pp. 461
[3] Platone Teeteto Feltrinelli Editore Milano 2005 p.129
[4] Agostino Confessioni Libro VII 11 in M. ZAMBRANO L‘agonia dell’Europa Venezia Marsilio 1999 p. 39
[5] Ibidem
[6] Agostino De vera religione 39,72
[7] Agostino Confessioni Libro VII 11 in M. ZAMBRANO L‘agonia dell’Europa Venezia Marsilio 1999 p. 39
[8] M.ZAMBRANO Per l’amore e per la libertà Marietti Genova 2008 p. 99
[9] Ibidem
[10] M. ZAMBRANO Verso un sapere dell’anima Raffaello Cortina Editore Milano 1996 p.183
[11] Con una modalità diversa, Edith STEIN, facendo leva sulla fondamentale risorsa dello Spirito, affronta il problema in
chiave empatica, ponendo un tassello fondamentale nella struttura della persona, nell’ottica della salute globale, dove
le ragioni del cuore e quelle della scienza trovano il loro completamento. In riferimento all’empatia, si veda anche:
Bruno BETTELHEIM Un genitore quasi perfetto Feltrinelli Milano 1987 p.15, 117-118; E. STEIN, Introduzione
alla filosofia Città Nuova Editrice Roma 1988 p.200.
[12] M.ZAMBRANO Per l’amore e per la libertà Marietti Genova 2008 p.100.
[13] Ibidem pp.105-106
[14] Ibidem
[15] Ibidem, p. 107
[16] Ibidem
[17] Ibidem, p.108
[18] Ibidem
[19] Per un maggiore approfondimento, si rimanda ai seguenti studi e ricerche: di G. De GENNARO: Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei mistici, in la “Civiltà Cattolica”, 3473 (1995) pp.461-470; b) Droga anni 80:che fare? (A cura di),Atti del convegno internazionale L’Aquila 1980; c) Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali (a cura di) Città Nuova Editrice 2002; d) Testo-Riforma, metonimia e metafora nel XVI secolo Torino UTET 1978; e)Letteratura mistica :San Paolo mistico (con Elisabetta C. Salzer) Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana 1999; f)Letteratura mistica:l’Evangelista mistico (con E.C.Salzer) Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana 2001; g) i quattro universi di discorso ( a cura di) atti del congresso internazionale “Orationis Millennium” Roma 2002 Città del Vaticano Libreria Editrice Vaticana.
[20] G.De GENNARO Cura delle tossicodipendenze. La scuola dei mistici, in la “Civiltà Cattolica”, 3473 (1995) pp.461-470;
[21] M.ZAMBRANO L’agonia dell’Europa Marsilio Venezia 2009 p. 53-54
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