ALDO GERVASIO

LA PEDAGOGIA MISTAGOGICA DI IGNAZIO DI LOYOLA   [1]

 

Il  tema generale, “crisi della totalità e rischio di sopravvivenza”, offre   molteplici stimoli, tali da permettere un approccio multi-interdisciplinare. Con questo mio contributo, intendo aprire un  piccolo squarcio su una delle figure più rappresentative del XVI secolo, che, con S.Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila, ha dato impulso alla mistica, contribuendo in modo massiccio a quella renovatio della Chiesa, che  usciva malconcia dalla riforma luterana. Parliamo di Ignazio di Loyola, che, con gli Esercizi Spirituali (E.S.), ha donato al mondo cristiano, e non solo, un metodo per ordinare la propria vita  e per curare le ferite maleodoranti dell’anima. Prenderò in esame  l’autobiografia, ovvero il racconto di un pellegrino, che non è solo un itinerario storico della sua vita, ma è soprattutto la narrazione meditata di episodi e avvenimenti, che costituiscono la struttura della pedagogia ignaziana. Solo ascoltando la sua narrazione è possible infatti entrare in una dimensione educativa sconosciuta ai più, cioè quella mistica, che costituisce anche la testimonianza della conversione vera e totale del Cavaliere mistico Ignazio. L’itinerario ignaziano attraverso il racconto di un pellegrino,  getta sicuramente le basi per una nuova “paideia”[2], che  includa una diversa prospettiva della formazione dell’uomo, partendo dalla  ricerca interiore.  Cercherò pertanto di cogliere alcuni punti focali dell’autobiografia, al fine di comprenderne la validità  per la salute globale,in una dimensione ecologica della nostra esistenza, in cui si avverte  fortemente la” crisi della totalità” e si affaccia in maniera preponderante “il rischio di sopravvivenza”.

 

 Il racconto di un pellegrino[3]

Come nasce questo racconto?  Ignazio detta al suo collaboratore, il gesuita Ludovico Consalves da Camara ( in seguito chiameremo Gonzales), la sua autobiografia. Si tratta però più di un racconto orale che di vera e propria autobiografia. Per la genesi del racconto, facciamo riferimento a un autorevole studioso, il gesuita Giuseppe De Gennaro, che, al riguardo,così scrive: “Ignazio, sessantaduenne e infermo,passeggiava, di buon mattino, nel giardino di casa, a Roma,il 4 Agosto 1553. Il sollievo di quella frescura, in quella vigilia della Madonna della Neve, lo predispose ancor più verso il Gonzales, che gli confidava il tormento della propria tentazione di vanagloria. L’antico cavaliere di Castiglia dovette rivedersi in quella tentazione, come in uno specchio: non era stata la vanità il suo peccato capitale? Egli poteva e voleva aiutare il più giovane amico”. [4] Inizia così quella narrazione chiara e distinta, direi essenziale, del proprio vissuto, facendo leva su una forte esigenza del Gonzales, cioè quella di rivedere la propria vanità. Il racconto nasce dunque dalla vanità. Il Padre Gonzales si rivolge al Padre Ignazio, manifestandogli il peccato di vanagloria: “ ...Tra le altre cose gli parlai ( al Padre Ignazio) della vanagloria....A questo proposito, il Padre mi raccontò come per due anni era stato combattuto da quel vizio, cosa che, quando a Barcellona si stava imbarcando per Gerusalemme, non aveva il coraggio di dire a nessuno che andava a Gerusalemme; cosa che accadde in altre circostanze simili; e aggiunse ulteriormente che in seguito,  a questo riguardo, aveva sentito grande pace nella sua anima”.[5]Il Padre Ignazio si rivede in quella testimonianza e, nel cercare di istruire il proprio fratello e figlio spirituale, riceve egli stesso istruzioni. Si rende conto che solo raccontando se stesso, potrà aiutare il suo fratello. In questo raccontarsi compie un’inversione di marcia: dall’amore di se stesso all’amore di Dio. Comincia cosi: a) ad analizzare la disastrosa  situazione del vizio e del peccato. Si rende conto della sua vita trascorsa e comprende che è il momento di cambiare rotta, invertire la marcia  e andare non più verso il mondo, ma  verso Dio, pur restando nel mondo; b) il secondo punto che analizza è il percorso, cioè l’acquisizione degli strumenti, per interpretare la verità. E quali sono questi strumenti? Lo studio, la preghiera, la conoscenza di Dio attraverso l’impegno e la dedizione agli altri. Il percorso segue la traiettoria dall’amore di sé all’amore di Dio; dalla vanagloria umana alla maggior gloria di Dio. c) il terzo punto che analizza è il fine, cioè la conversione. Questi tre snodi della sua vita, sono costellati da estenuanti penitenze, lunghe ore di preghiera a Manresa.    La base per la sua conversione è la pallottola di Pamplona, la lettura della Vita Christi, scritta da Ludolfo di Sassonia (1295/1300 - 1377)  e della legenda aurea (vita di santi) di Iacopo da Varazze (1228/1230 – 1298), soprattutto Domenico di Guzman e Francesco d’Assisi. Queste letture consentono a Ignazio di passare dal caos all’ordine.[6] La natura umana è malata e peccatrice. Essa  porta al disordine. Occorre prendere coscienza del  peccato e del disordine, per andare verso la grazia e l’ordine. La sua conversione inizia da queste letture e ha in animo di imitare tutte le prodezze narrate in quei libri, che gli aprono la strada verso il discernimento. Così detta al Gonzales: “Leggendo la vita di nostro Signore e dei santi, si fermava a pensare, dicendo a se stesso ‘Che succederebbe se anch’io facessi quello che ha fatto san Francesco o quello che ha fatto san Domenico?...San Domenico ha fatto questo, devo farlo anch’io;san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io”.[7] Si reca in pellegrinaggio a Monserrat e poi a Manresa,. Proprio in questi mesi trascorsi a Manresa la sua esperienza spirituale raggiunge vette altissime, dedicandosi alla preghiera, (sette ore al giorno) e alla penitenza, come descritto nella biografia: “ In questo periodo Dio lo trattava come un maestro di scuola tratta un bambino, quando gli insegna. Che sia stato per la sua rozzezza  o ottusità, oppure perché non aveva chi gli insegnava le cose, o per la ferma volontà di servirlo,che Dio stesso gli aveva dato, egli vedeva chiaramente , e sempre l’ha ritenuto, che Dio lo trattava proprio così.Che se gli fosse venuto in mente  di dubitarne,avrebbe pensato di offendere la sua divina maestà”.[8]   Il 1534 è una data fondamentale, perché, insieme ad alcuni suoi amici, a Montmartre, emette il voto. Vive una vita mistica intensissima, senza tuttavia trascurare il servizio apostolico con umiltà.Egli è un contemplativo nell’azione. Scrive De Gennaro: “Ignazio comincia ad avvertire di più ‘il disordine delle operazioni’ vitali, morali e psicologiche, per le quali tante volte era caduto in gravi errori e colpe. Si accorge finalmente che, se mai ci fu grandezza in lui, che sempre aveva ambito di primeggiare, questa fu solo la grandezza del disordine della sua vita”[9]. L’esercizio della scrittura delle sue gesta lo prende. L’idea di vivere in una certosa, il ritiro di Manresa,la veglia davanti all’altare della Madonna, la tentazione, l’aridità, la scrupolosa confessione, i digiuni, l’astinenza, la devozione alla Santa Trinità, la consolazione fino alle lacrime, tutto egli narra al suo confratello Gonzales, con lucidità e precisione, in  una forma essenziale e in un crescendo di emozioni e di analisi interiore. Questo aspetto dell’analisi interiore e del discernimento, possono far pensare a una  sua condizione di disagio psicologico, che lo mette nella necessità di analizzare la sua interiorità, attraverso l’introspezione. Un aspetto, questo, marginale e assai remoto, perché Ignazio vuole trasformare la propria vita  da uno stato di peccato a uno stato di grazia. Per fare ciò, non fa altro che analizzare lo stato di peccato in cui si trova, per procedere a una confessione generale scritta.   Si tratta dunque di un’immersione totale e profonda nella propria interiorità, che gli consente di rendersi conto di quelle ferite dell’anima, che gli procuravano certamente disagio, e dalle quali voleva guarire ad ogni costo. Lo strumento lo cerca e lo trova nell’imitazione della vita di Cristo e dei santi. La sua conversione è ormai una realtà concreta e certa.

Mistagogia e guarigione

Il termine, di origine greca,  μυσταγωγεω,  significa “istruisco, inizio ai misteri”, da cui  abbiamo il sostantivo corrispondente “ μυσταγωγια”  ,che significa “iniziazione ai misteri” o anche “mistica dottrina”. Di qui il termine “mistagogo” (μυσταγωκος), composto  da μυστη  + αγω, che significa “colui che introduce alla mistica”, derivante a sua volta  dal verbo μυω ( chiudere le labbra) e  αγω ( condurre). La parola “mistagogia”sta dunque  a significare l’azione di condurre una persona nella conoscenza di una verità occulta o sconosciuta. Il conduttore è il mistagogo; l’iniziato è il miste. Diffusissima questa pratica nella flosofia greca. Nel cristianesimo la mistagogia acquista una nuova dimensione: Gesù stesso introduce i discepoli nel mistero del regno di Dio attraverso le parabole. Egli  è mistero e mistagogo.La mistagogia, dunque, diventa per il credente un metodo o il metodo, per raggiungere Dio. La via maestra è costituita dalle Scritture, nelle quali è racchiuso il mistero della salvezza. Aprirsi al mistero, significa aprirsi alla conoscenza di Dio, conoscenza che non può essere raggiunta con la mente, essendo essa limitata, ma solo con un’azione di grazia, che trascende la mente, va oltre il puro fenomeno, per proiettarsi nell’infinito Dio. Da sottolineare che non si tratta di un infinito filosofico, sebbene la filosofia aiuti questo processo, ma si tratta esclusivamente di una intuizione mistica, che può accadere solo con la parte più propriamente spirituale, che è il cuore. Questo aspetto viene messo in luce dallo stesso Ignazio negli Esercizi Spirituali, laddove afferma che “ non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente. [10] Per comprendere ciò, è necessario conoscere i significati dei termini “sentire e gustare”. Sentire deriva dal latino, “sentio”, che significa propriamente sentire con l’anima, cioè quasi come se si avvertisse una presenza nell’anima con cui s’identifica. Non è dunque un normale sentire, ma un sentire particolare e intimo. Gustare è certamente riferito al significato di assaporare, ma come si assaporano le cose  edibili, così si assapora, cioè prende consistenza di sapore, ogni cosa che interiormente ci gratifica e ci permette di gustarle intimamente. Il salmo 33 recita giustamente: “gustate e vedete come è buono il Signore”. In conseguenza di ciò, la pedagogia ignaziana non può che identificarsi con la mistagogia. Gustare una poesia, una prosa, una partita a tennis, un cibo, diventano tutti veicoli, per gustare la bontà del Signore. La stessa cosa vale per quanto riguarda il sentire. Tutto ciò, si può fare solo se si creano i presupposti o la formazione adeguata, perché una persona possa sentire e gustare le cose interiormente. Si può a ragione dire che la pedagogia mistagogica è una scienza dell’anima, dell’interiorità, il cui obiettivo è quello di aiutare la persona ad uscire da una situazione di disagio, a ritrovare sé stessi e a guarire dalle ferite dell’anima. La lettura e l’analisi del testo mistico, la meditazione, la preghiera e l’azione sono gli strumenti propri della mistagogia. Come si collocano questi aspetti della mistagogia ignaziana  nel tema proposto “crisi della totalità e rischio di sopravvivenza”? Una risposta di sicuro interesse  viene da uno studio recente di Jean Pierre Sonnet S.I. L’autore, partendo dalla definizione di “ecobiografia” ,formulata dal filosofo J.Ph.Pierron[11], evidenzia come esso si applichi a tutte le specie viventi del regno umano, animale e vegetale. In sostanza l’ecobiografia  applicata all’uomo, non è altro che un approfondimento e allargamento del “conosci te stesso”, visto non nella dimensione del singolo, attinente a una visione antropocentrica, ma in una dimensione collettiva di comunione, in cui l’empatia gioca il ruolo fondamentale, che è appunto quello di unire e far interagire le persone. Ciò vuol dire che la crisi della totalità, che a sua volta mette a rischio la sopravvivenza, sollecita l’uomo ad operare una scelta di valori, come la solidarietà e l’accoglienza, il piacere dello studio e della ricerca; di costumi, come i rapporti civili tra le persone e la riscoperta delle tradizioni che fanno parte della nostra storia; di buone prassi, come l’agire dell’uomo all’interno di una totalità per il bene dell’altro e della comunità. È possibile tutto ciò?  È possibile, per citare Franco Battiato, “ sperare che il mondo torni a quote più normali e che si possa contemplare il cielo e i fiori”?[12]. La riforma operata da Ignazio di Loyola, non è solo una prassi per difendere la Chiesa e combattere le eresie scaturite dal luteranesimo, ma è un metodo efficace, per iniziare una riforma che parta dalla persona stessa. La mistagogia ha questa rilevanza metodologica: aiutare la persona a crescere e operare scelte responsabili e positive. Il mistagogo è il facilitatore, colui che, attraverso la sua presenza e la testimonianza, aiuta la persona alle buone prassi per la sua interiorità e per la collettività. Gli assunti pedagogici e mistagogici ignaziani sono parte integrante degli Esercizi Spirituali e ne costituiscono la prassi, cosa che  sarà oggetto di attenzione di una ricerca futura. La biografia che Ignazio detta al Gonzales è costellata di eventi, riflessioni, approfondimenti, che conferiscono alla narrazione  una connotazione ieratica e piena di fascino, che induce il lettore a una seria riflessione sul propro stato. L’obiettivo di aiutare il lettore a ripercorrere le tappe della propria vita si può dire pienamente raggiunto con la biografia. Nel mistagogo Ignazio è fortemente radicata  la Vita Christi, quella figura che cerca di imitare e che diventa il suo Re, la  Divina Maestà, punto di riferimento per tutta la vita.

 

[1] Ignazio di Loyola  Nasce nel 1491, ultimo di tredici figli, quasi tutti dediti alla vita armata al servizio dei re di Castiglia.   Ama la natura e  la musica, tanto da   diventare  anche un appassionato ballerino. Verso i sedici anni diventa paggio del re ad Arevalo, anche se non direttamente, Ferdinando il cattolico. A coorte si forma il gentiluomo Ignazio, ma vive anche una vita piuttosto dissoluta, come la maggior parte dei nobili del tempo. Alla morte di Ferdinando il cattolico, lo vediamo al servizio del viceré di Navarra, con incarichi di missioni importanti.  Si rende protagonista della difesa di Pamplona, durante la guerra franco-spagnola, che viene espugnata dai Francesi nel 1521. Ferito a una gamba, viene trasportato su una lettiga al suo castello.  Durante la degenza,  passato il pericolo di vita, chiede alla cognata,  donna Maddalena, di portargli qualche libro da leggere. La cognata gli può offrire solo una vita di Cristo e una vita dei santi. È qui che comincia la trasformazione di Ignazio. Ristabilitosi, nel 1522 chiede ospitalità ai Benedettini di Monserrat e fa la sua confessione scritta per tre giorni. Il 24 Agosto 1522 abbandona i suoi abiti, li dona a un povero e veste l’abito di penitenza, passando tutta la notte in piedi e in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento e all’immagine della Madonna “la Moreneta”. Ignazio si sente ormai interpellato e investito da questa sua nuova missione, quella di portare l’annuncio di Cristo.  Con un gruppo di amici, tra cui Francesco Saverio e Pietro Fabro, decide di compiere un viaggio in Terrasanta, ma, non essendo possibile, si dirigono a Roma, dopo essere stati ordinati sacerdoti a Venezia. Prima di giungere nella città, Ignazio si ferma a pregare in una cappella nella località “la Storta”. In questa piccola Chiesa Ignazio vive un’altra  importante visione mistica.   A Roma Ignazio e il suo gruppo fanno l’atto di sottomissione al Papa paolo III, nel Novembre del 1538. La data del 24 Giugno del 1539, dopo serate di discussioni e di approfondite analisi della situazione, è l’atto fondativo della Compagnia di Gesù ( così si chiameranno i Gesuiti). Ignazio accetta la carica di Superiore della compagnia il 19 Aprile del 1541.

[2] Il termine  greco“paideia” significava originariamente “educazione” propriamente detta. In senso più esteso, esso ha assunto il

  significato di formazione globale. Gli E.S. costituiscono un metodo di formazione particolare, i cui benefici effetti investono tutta la

  formazione dell’uomo.

[3] GIUSEPPE DE GENNARO ( a cura di), racconto di un pellegrino, Città Nuova Editrice, Roma 1988. I Files audio della biografia di Ignazio di Loyola sono reperibili anche sul sito www.edicassino.it, alla voce “vita di santi”, la cui lettura è a cura dello scrivente.

[4] G.DE GENARO, ibidem, p. 7

[5] G.DE GENNARO, ibidem, p. 51

[6] FEDERICO LOMBARDI S.I., che cosa e come leggeva Ignazio a Loyola dopo la ferita, in “La Civiltà Cattolica” 4117 (1/15 Gennaio

  2022), pp. 25-39.

[7] G. DE  GENNARO, ibidem,p. 63

[8] G. DE  GENNARO, ibidem, p.80

[9] G.DE   GENNARO, ibidem, p. 14-15

[10] ANTONIO COVI ( a cura di), Ignazio di Loyola: Esercizi Sirituali, edizioni Messaggero, Padova 2003, p. 40.

[11] J.P.SONNET S.I.,la terra dei viventi ; per una ecobiografia al tempo della crisi ecologica, in “La Civiltà Cattolica”,4117 (115

   Gennaio  2022),pp.3-15

[12] FRANCO BATTIATO, povera patria, in “come un cammello in una grondaia”,2010 .

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