CRISI D’IDENTITȦ E BREVITȦ DELLA VITA IN UNA SOCIETȦ IPERCONNESSA
di Aldo Gervasio
Prendo lo spunto da un contributo di Gaetano Piccolo S.I., pubblicato sull’autorevole rivista “La Civiltà Cattolica”, dal titolo “Imparare a contare i giorni. Una riflessione sulla bevità della vita”[1].Lo scritto, pur affrontando il tema della brevità della vita soprattutto dal punto di vista teologico-morale e teleologico, è in assonanza con il tema generale proposto dal presente volume. In questa mia breve ricerca metterò in relazione la riflessione citata con il mondo virtuale, al fine di sottolineare che la brevità della vita e il mondo virtuale, vale a dire la vita reale e quella virtuale, sono due vite destinate a finire e dunque soggette alla legge della caducità. L’inizio dell’articolo di Gaetano Piccolo è sorprendentemente in tema: “...il vero problema è che l’uomo di oggi non riesce più a rispondere alla domanda sulla sua identità, fino al punto di archiviare tale interrogativo...”[2].È sconcertante pensare che l’uomo oggi abbia archiviato la domanda circa la propria identità, ma, data la complessità dell’argomento, è anche legittimo interrogarsi circa il destino dell’uomo, dell’Europa e della società intera. Domande che saranno anche pleonastiche, ma alle quali sovente non vengono date risposte adeguate. Da più parti s’invoca l’unità, la ricerca del bene comune, per salvare una società che sta andando alla deriva, ma sempre si danno risposte, che anche la psicologia sembra avere archiviato.Il principio filosofico d’identità, fatto proprio dalla psicologia, ha esercitato, e a ragione, una facile presa sui contenuti e i metodi della sociologia, la psicopedagogia, le tecniche psicodiagnostiche. Il socratico “conosci te stesso” non ha mai smesso di esercitare il suo fascino, soprattutto se si pensa che la cosiddetta “filosofia curativa” sta penetrando pressocché tutti gli strati sociali. Tornando al quesito iniziale posta dall’autore sul perché l’uomo oggi non riesce più a rispondere alla domanda circa la sua identità, bisogna fare un passo idietro. Nel 1949 il filosofo e semiologo Charles Morris, pubblica un testo molto significativo, che affronta la complessa problematica dei segni. Così infatti afferma: “Dalla nascita alla morte, da quando ci si sveglia al riposo, l’individuo è soggetto a una continua pressione dei segni”[3]. I mezzi di comunicazione che tutti sono ormai in grado di utilizzare, sono gli stessi che offrono infinite possibilità di conoscenze, ma sono anche quelli che sconvolgono il cervello e lo condizionano anche negli orientamenti e nelle scelte, fino a creare dipendenza e dissociazione. Ci rendiamo ormai conto che certi argomenti non fanno ormai più breccia nell’uomo, perché superati dalle recenti ricerche sui neuroni specchio e della neuropedagogia. Non è nostra intenzione ampliare il ventaglio delle implicazioni scientifiche sull’argomento, sebbene la ricerca si muova necessariamente in un ambito multi - inter disciplinare. Ciò porta a restringere il campo d’indagine, per rientrare nell’assunto principale, cioè la caducità della vita in riferimento alla crisi dell’identità. Sappiamo, attraveso la ricerca attuale, che il mondo virtuale è ormai un dato acquisito, che porta l’uomo a estraniarsi dal mondo reale, diventato ormai troppo piccolo, per contenere lo stesso pensiero. Di qui la necessità di proiettarsi in una dimensione sempre nuova e sconosciuta, con l’illusione di conquistarla e dominarla. Questo è il mondo virtuale creato dalla tecnologia e che sta portando l’umanità verso la catastrofe, se la cultura e la scienza, guidate dall’ intelligenza, non si riappropriano della comunicazione autentica, reale, che scaturisce dal pensiero e dalla riflessione. Nella fattispecie l’uomo deve ritrovare anche la propria identità che ha smarrito da molto tempo. Non è un caso che già negli anni ’80 si cominciò a parlare di “dipendenze tossiche”, durante un congresso sulle tossicodipendenze, tenutosi a L’Aquila e dove si cominciò a classificare come tossiche tutte le dipendenze, che non fossero riconducibili alle droghe tout court, e si cominciò a parlare di “sindrome tossicodipendenziale”[4]. Il concetto di “sindrome” è una pietra miliare nella ricerca, tanto che oggi il concetto di dipendenza tossica è molto più esteso e non circoscritto alle sole sostanze stupefacenti. A Ragione riteniamo che il coinvolgimento in un mondo virtuale e alienante, rientri in questo concetto di dipendenza tossica. Quanto descritto trova riscontro, e può essere elemento chiarificatore, nella perdita dell’identità, in rapporto alla realtà virtuale e alla tecnologia imperante. Non sarebbe però corretto, a tale proposito, additare la tecnologia come il male assoluto,ma è innegabile che essa abbia un ruolo determinante nella società, preconizzato già da filosofi come Emanuele Severino. Certo la tecnologia procede ormai a ritmi vertiginosi ed è molto difficile non lasciarsi coinvolgere dal suo fascino, incuranti se la stessa macchina creata dall’uomo diventi strumento di distruzione dell’uomo stesso. Come fare per arginare il potere della tecnologi, per orientarla verso scopi non aggressivi per l’uomo, ma che sia al servizio dell’uomo e per riportarlo verso un nuovo processo di umanizzazione? Interrogativi, che provengono anchge dal mondo dell’arte, soprattutto della musica. Non sfugge, ad esempio, che cantautori come De Gregori, Guccini, Battiato, nella varietà di forme espressive musicali e poetiche, cantino il ritorno a una vita più normale.In particolare Il cantautore Franco Battiato indica la necessità di ricercare altrove, cioè in un altro modello di vita, la soluzione alla crisi d’identità, non solo quale prodotto di una società mercantile, ma soprattutto di quella più incisiva e profonda tecnologia, che ha aperto le porte al mondo virtuale.[5] Da più parti ormai s’invocano soluzioni al problema generato dal mondo virtuale, frutto anche di una normativa insesistente o perlomeno molto blanda, che dovrebbe regolamentare tutto il mondo che ruota intorno al Web. La letteratura al riguardo si va arricchendo di nuovi contributi, tra cui trovo molto interessante un testo non recentissimo di Frances Booth, dal titolo suggestivo ed efficace:”Felicemente sconnessi” con il sottotitolo “come curarsi dall’iperconnettività”, De Agostini,2014. L’autrice affronta il tema-problema dell’iperconnettività con uno stile dinamico e propositivo. Così si legge nell’anteprima del testo, in seconda di copertina: “La connettività plasma il nostro cervello, ne altera le funzioni, i circuiti. Ci fa credere di andare più veloci e invece buttiamo via un sacco di tempo....perdiamo la concentrazione, la memoria, il sonno, il silenzio, la pace della solitudine”. La prefazione è affidata a Lia Celi, scrittrrice poliedrica e versatile, che, con uno stile sobrio e coinvolgente, invita ciascuno a prendersi cura di se stesso nel mare magnum del Web, Internet..Così infatti scrive: “ La multiforme invadenza dei collegamenti con il mondo virtuale,rende meno stabile e sicuro quello reale. Abbiamo sempre la testa, o almeno qualche neurone, da un’altra parte”[6]. L’iperconnettività è vista come un continuo bisogno di attenzione continua: “ Computer e cellulari di ultima generazione hanno sovrapposto a quest’insoddisfatto e infantile bisogno di attenzioni continue il sogno faustiano dell’onniscienza e dell’ubiquità"[7].Da ciò sembrano scaturire almeno due conseguenze. a) la ricerca nel mondo virtuale rende insicuro quello reale; b) l’uomo è insoddisfatto di se stesso, e dunque della propria identità, e cerca di realizzarsi attraverso il mondo virtuale. La perdita dell’identità è palese. Come uscirne? Come riappropiarsene? Il testo citato affronta qusto tema del rimedio e indica una serie di atteggiamenti e di comportamenti da porre in essere, ma ricalca tuttavia ciò che in molti oggi vorrebbero realizzare e cioè una sorta di disconnessione temporanea, costante e periodica, per “staccare la spina” e cercare di alleggerire una situazione, che sta diventando ormai insostenibile. Un vademecum che accompagni il lettore nel mondo della iperconnetività e indichi i rimedi per uscirne. È in questo contesto che trova collocazione lo scritto dal quale siamo partiti e cioè dalla riflessione sulla brevità della vita, da cui bisogna partire e alla quale si deve giungere, per poter dare una risposta alla domanda di senso: a che serve tutto ciò? La stessa domanda esistenziale posta dai filosofi, poeti, artisti, cantori di tutti i tempi, ma che trova rispondenza nel mondo contemporaneo a tutti i livelli e strati sociali, quando, interrogativi e attoniti, ci chiediamo dove va il mondo o quando ci interroghiamo proprio sulla caducità e brevità della vita.
Iperconnessione, perdita dell’dentità e brevità della vita
Abbiamo cercato di evidenziare i rischi che corre l’uomo iperconneso. Partendo dalla lettura iniziale circa “la meditazione sulla brevità della vita”, cercheremo di mettere in relazione i due contesti, per capire in che modo l’uomo possa “imparare a contare i propri giorni”, per avvicinarsi al mondo reale e allontanarsi da quello virtuale. La riflessione sulla brevità della vita, come abbiamo già espresso, porta l’uomo a considerare, in situazione normale, i vari aspetti della vita, ivi compreso quello che riguarda la sfera dello spirito. Proprio dallo spirito parte la nostra ricerca, visto che la psicologia, per certi versi, a parte quella di Jung, non tiene conto di questo aspetto, volendo ridurre tutto ai neuroni e ai relativi comportamenti. Considerare la brevità della vita, che ha affascinato i filosofi antichi, significa avere anche un approccio nuovo e diverso verso la vita, perché possa essere vissuta in maniera positiva, accettando il limite temporale.L’autore del testo preso in considerazione, Gaetano Piccolo S.I, così si esprime in un passaggio, facendo riferimento al Quoelet: “Nel poema conclusivo del libro (Qo 12,7) il saggio viene descritto come l’uomo che sa godere dei beni che Dio gli offre in questa vita, prima che venga la triste vecchiaia, nella quale non sarà più possibile alcun godimento”[8]. In questo contesto si erge l’uomo saggio, che, di fronte alla caducità della vita, non dispera, ma accoglie la vita come dono esclusivo di Dio. In un passaggio successivo, l’autore affronta il tema del limite e dell’identità, due aspetti che la fede ci aiuta a risolvere, nel senso che la conquista dell’identità è il riconoscimento del proprio limite. Solo conscendo il mio limite, infatti, e accettandolo, potrò dire di essere me stesso e di aver riconquistato la vera libertà, perché la vita “per quanto breve , è un dono”[9]. Rifugiarsi dunque in un mondo virtuale, cercando di esorcizzare il fantasma della morte, è una prerogativa dell’iperconnesso, che vuole rimanere sempre sul pezzo, senza perdere alcuna battuta della vita sui social,tanto che neanche lo stesso Narciso potrebbe fare di meglio.La domanda finale è: dov’è la saggezza? L’autore del testo citato così esprime: “Solo attraverso questa saggezza, che sa accettare la propria morte, sarà possibile parlare di una vita che si apre all’eternità. La finitudine della vita umana è un messaggio da decifrare con saggezza.Proprio questa diversa lettura del limite....rivela la differenza tra il saggio e lo stolto, tra chi riconosce e accoglie il limite e chi vuole vanamente distruggerlo o non riconoscerlo”[10]. Sembra questa, a nostro giudizio, una felice conclusione, perché spalanca le porte alla speranza e apre la vita a un nuovo orizzonte, che è quello dello spirito. Il Tema è sicuramente di vasta portata, perché apre anche alla discussione, com’è giusto che sia. D’altra parte, quando si cammina su un terreno minato come quello della fede e dello spirito, si rischia di non essere compresi o fraintesi. Questa riflessione può sembrare il frutto di un esagerato fideismo, ma certamente porta a considerare la vita e a vederla da una prospettiva diversa, nell’ottica della salute globale dell’uomo. In un suo bellissimo saggio, Emerico Giachery apre ed esplora i grandi temi della bellezza e dell’amore, concludendo con Holderlin che “poeticamente abita l’uomo su questa terra”, scritto già citato e commentato da M.Heidegger nel suo famoso saggio “Holderlin e l’essenza della poesia”[11]. Crediamo proprio che “abitare poeticamente la terra” sia un grado altissimo della vita dell’uomo. Paradossalmente è proprio la poesia, al pari della bellezza, che può salvare il mondo e l’uomo, proietandolo in una dimensione infinita, eterna e immortale. In questo tendere all’infinito, come sostiene Maister Ecckart, l’uomo riesce a cogliere anche il proprio limite e ad accettarlo; quanto basta perchè diventi consapevole della propria finitudine e si apra al mistero. In fondo è il senso dell’essere che va recuperato per vivere poeticamente la terra ed è il senso del sacro che deve permeare ogni nostra azione e ogni nostra ricerca.
Aldo Gervasio
[1] La Civiltà Cattolica, n.4065, 2/16 Novembre 2019, pp.297-304.
[2] Ivi
[3] Ch.Morris,Segni, Linguaggio e Comportamento, Longanesi Mi, 1964, p 231. Il Testo citato, pubblicato nel 1949, viene riproposto negli anni settanta.
[4]G.De Gennaro, droga anni ‘80:che fare? (a cura di), Atti del congresso internazionale, L’Aquila, 1980. Durante gli anni successivi, la riceca, intercalata da studi e convegni, è stata mirata alla definizione e classificazione delle tossicodipendenze e della sindrome tosssicodipendenziale.
[5] F.Battiato, “un’altra vita”, in “ Orizzonti perduti”,1983.
[6] F.Booth, Felicemente sconnessi. Come curarsi dall’iperconnettività”, De Agostini,2014, p. 9
[7] Op. Cit. P. 10
[8]G.Piccolo,Imparare a contare i propri giorni,una meditazione sulla brevità dela vita, in “La Civiltà Cattolica”, 4065, 2/16 Novembre 2019, p. 302: Qo 12,1: “ Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza,prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire:non ci provo alcun gusto.
[9] Ivi
[10] Op. Cit. p. 303-304
[11] E. Giachery, “Vivere poeticamente la terra”, Ed. Carpena, 2007