IGNAZIO DI LOYOLA:IL CAVALIERE MISTICO E LA PEDAGOGIA MISTAGOGICA

CRONOLOGIA ESSENZIALE ( Fonte: A.Covi, Ignazio di Loyola, sercizi Spirituali)

Per la stesura di queste note, partiamo dall’auobiografia, che Ignazio di Loyola detta  al suo collaboratore, il gesuita portoghese Ludovico Consalves da Camara (Gonzales). Si tratta, dunque, di un racconto orale, più che di autobiografia. Varie pubblicazioni vi sono al riguardo, ma per completezza e profondità, perché preceduta da un’ampia e profonda introduzione,ci serviamo del testo del gesuita Giuseppe De Gennaro “racconto di un pellegrino”,Città Nuova Editrice, 1988. Come nasce questo racconto? Una mattina del 4 Agosto 1553....Ignazio istruisce il Gonzalez....e racconta il suo vissuto dal 1521 al 1555....Il vizio, il peccato...l’inversione di marcia, la conversione,il progresso spirituale, dal caos all’ordine, la scrittura e la memoria di se stesso, l’introspezione. Scrittura in terra, scrittura in carne, scrittura in cielo ( fede, speranza, carità, sevizio).

Assedio di Pamplona: 20 Maggio 1521. Si combatte fra l’esercito spagnolo e quello di Navarra, sostenuto dalla Francia. Si conclude con la vitttoria Franco-Navarra.Il capitano Ignazio di Loyola, che era a difesa del castello  di Pamplona, insieme con altri soldati, viene ferito gravemente a una gamba ed è costretto a trascorrere alcuni mesi lontano dalle armi. In questo periodo legge la Vita Christi, scritta da Ludolfo di Sassonia (+1370) e la legenda aurea di Giacomo da Varazze ( +1298). La sua conversione inizia da queste letture e ha in animo di imitare tutte le prodezze narrate in quei libri. È da qui che comincia ad “avere una luce particolare, che lo apre al discernimento”. Riceve una visione immaginativa della Madonna con il Bambino.Questa visione gli procura una intensa consolazione, tanto che gli viene la nausea della sua vita passata e specialmente dei peccati della carne.  Ancora ferito e malconcio, si reca in pellegrinaggio a Monserrat e poi a Manresa, dove getta le basi per la stesura degli esercizi Spirituali. Proprio qui, durante i mesi trascorsi  a Manresa, la sua esperienza spirituale  raggiunge vette altissime, dedito alla penitenza e all’orazione ( sette ore al giorno). Scrive nella biografia, al n. 27”In questo periodo Dio lo trattava come un maestro di scuola tratta un bambino, quando gli insegna. Che sia stato per la sua rozzezza o ottusità, oppure perché non aveva chi gli insegnava le cose,o per la ferma volontà di servirlo,che Dio stesso gli aveva dato,egli vedeva chiaramente, e sempre l’ha ritenuto, che Dio lo trattava proprio così. Che se gli fosse venuto in mente di dubitarne,avrebbe pensato di offendere la sua divina maestà”. A Manresa riceve anche una grazia speciale, la cosiddetta  “illuminazione del Cardoner”. Lungo il fiume Cardoner ha una intuizione fortissima, tale da penetrare le cose spirituali e vederle in modo chiaro e distinto. Una tappa importante è il suo pellegrinagio in terrasanta, dove approfondisce  il proposito di intraprendere gli studi all’Università. Cosa che fa al ritorno dalla Terra Santa.  Frequenta infatti l’Università La Sorbona, dove ottiene il titolo di Magister. Il 1534 è una data importantissima, perché, insieme ad alcuni suoi amici, a Montmartre, emette il voto. Vive una vita mistica molto intensa, come testimonia il diario spirituale. Nelle visioni e illuminazioni, che spesso si accompagnano alle lacrime, lo fanno penetrare nell’essenza divina.Ciò nondimeno,la sua vita si svolge con il servizio apostolico, con umiltà. Anche tutte le e sperienze di preghiera, costituiscono una intuizione mistica. Praticamente Ignazio è un contemplativo nell’azione. Scrive G.De Gennaro, uno dei maggiori studiosi del Loyola: “Ignazio comincia ad avvertire di più “il disordine delle operazioni” vitali, morali e psicologiche, per le quali tante volte era caduto in gravi errori e colpe. Si accorge finalmente che, se mai ci fu grandezza in lui,che sempre aveva ambito di primeggiare,questa fu solo la grandezza del disordine della sua vita” (G. De Gennaro, racconto di un pellegrino, p.14-15). E ancora: “ Un’espressione degli esercizi Spirituali è illuminante, a proposito della coscienza di grande peccatore che, in maniera nuova, lo conquistava. Si tratta della piaga cancrenosa, da cui emana materia corrotta, riferito allo stato di disordine della natura umana, malata e peccatrice”. L’esercizio della scrittura delle sue gesta lo prende. Leggiamo infatti nell’introduzione al racconto, a pag. 20.

L’idea di vivere nella certosa di Siviglia ( n.12 ), a dorso di una mula va a Navarrete, dove risiedeva il duca (13). L’incontro con il moro (15) verso Manresa, la veglia davanti all’altare della Madonna (18). La tentazione , l’aridità ( 20-21). Scrupoloso nella confessione(22), digiuni e astinenza. Devotissimo alla Santa Trinità (28). Le consolazioni fino alle lacrime (33).

Episodio da sottolineare è la famosa visione de La Storta. Alle porte di Roma, insieme con i due compagni Pierre Favre e Diego Lainez,si frmena all’osteria de La Storta, dov’era ubicata una Chiesetta. In questa Chiesetta Ignazio ha una visione, in cui vede il Cristo che porta la Croce e riferisce chiaramente di aver letto una scritta “Ego vobiscum ero”, cioè: io sarò con voi. Questa visione viene interpretata come l’assenso di Dio alla Compagnia di Gesù.

MISTAGOGIA

Il termine è composto da Mystes( mistero), derivante dal verbo myo( chiudere le labbra) e ago( condurre). Sgnificherebbe dunque l’azione di condurre una persona nella conoscenza di una verità occulta. Il conduttore è il mistagogo; l’iniziato è il miste. Diffusissima questa pratica nell’antichità classica, la flosofia greca. Nel cristianesimo la mistagogia acquista una nuova dimensione: Gesù stesso introduce i discepoli nel mistero del regno di Dio (parabole). Egli dunque è mistero e mistagogo.La mistagogia, dunque, diventa per il credente un metodo o il metodo, per raggiungere Dio. La via maestra è costituita dalle Scritture, nelle quali è racchiuso il mistero della salvezza. Aprirsi al mistero, significa aprirsi alla conoscenza di Dio, conoscenza che non può essere raggiunta con la mente, essendo questa limitata, ma solo con un’azione di grazia, che trascende la mente, va oltre il puro fenomeno, per proiettarsi nell’infinito Dio. Da sottolineare che non si tratta di un infinito filosofico, sebbene la filosofia aiuti questo processo, ma si tratta esclusivamente di una intuizione mistica, che può accadere solo con la parte più propriamente spirituale, che è il cuore. Questo aspetto viene messo in luce dallo stesso Ignazio negli Esercizi Spirituali, laddove afferma:” non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente. ( nota due). Per comprendere ciò, è necessario conoscere i significati dei termini “sentire e gustare”. Sentire deriva dal latino, “sentio”, che significa propriamente sentire con l’anima, cioè quasi come se si avvertisse una presenza nell’anima e che con essa s’identifica. Non è dunque un normale sentire, ma un sentire particolare e intimo. Gustare è certamente riferito al significato di assaporare , ma come si assaporano le cose fisiche e magari edibili, così si assapora, cioè prende consistenza di sapore, ogni cosa che interiormente mi gratifica e mi permette di gustare intimamente. Il salmo 33 recita “gustate e vedete come è buono l Signore”. In conseguenza di ciò, la pedagogia ignaziana non può che identificarsi con la mistagogia. Gustare una poesia, una prosa, una partita a tennis, un cibo, diventano tutti veicoli, per gustare la bontà del Signore. La stessa cosa vale per quanti riguarda il sentire. Tutto ciò, si può fare solo se si creano i presupposti o la formazione adeguata, perché una persona possa sentire e gustare le cose interiormente. Ovviamente ho da sempre messo sotto accusa la scuola, l’università, perché non si concepisce la formazione mistagogica come uno strumento efficace, per la formazione della persona. Dobbiamo anche dire, però, che non abbiamo neanche un sistema adeguato e insegnanti preparati a questo lavoro. Basti pensare che quando parliamo di tossicodeipendenza, siamo ancora a livello 1, cioè conoscenza della sintomatologia. Ciò vuol dire che non vogliamo progredire, perché progredire in questo campo non sempre è agevole, ma comporta fatica. Formare un educatore è sempre difficile, perché quello della formazione è un campo minato, a volte banalizzato, a volte reso impossibile da praticare, a volte completamente dimenticato o sopraffatto e nascosto dalla montagna di narcisismo che alberga nelle persone e nelle istituzioni, anche, purtroppo, nella Chiesa medesima.

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