GIOVANNI DELLA CROCE: IL MISTICO DOTTORE DELLA CHIESA E INNAMORATO DI DIO.

Nasce a Fontiveros( Avila), nel 1542. Trascorre un’infanzia povera e laboriosa. Morto il padre, è costretto a peregrinare con la madre e i due fratelli, in cerca di lavoro e di una stabilità, fissando la residenza ad Arévalo.

  Dal 1551 al 1559 riceve una formazione presso il collegio “de los doctrinos” di Medina del Campo. Successivamente compie studi umanistici nel collegio dei Gesuiti di Medina.

1563 veste l’abito religioso dei Carmelitani, con il nome di Giovanni di san Mattia.

Dal 1564 al 1568 compie studi universitari, diventa sacerdote e inizia la riforma del Carmelo.

Una distinzione: carmelitani e carmelitani scalzi. I carmelitani  nascono verso la fine del XII secolo. Si tratta di un gruppo di pellegrini e crociati, che, stanchi della guerra, si ritira sul monte Carmelo , in Palestina, dove vive una vita monastica di preghiera, di meditazione. Successivamente, per dare continuità a quello stile di vita, gli adepti chiedono al Patriarca  di Gerusalemme Alberto Avogadro,una Regola. Cominciano poi a emigrare verso l’Europa. Con il passare del tempo la vita eremitica assume una connotazione meno severa e l’ordine eremitico si trasforma in un ordine dei mendicanti, allo stesso modo come i Domenicani e i Francescani. Si chiamano anche fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, per la loro devozione alla Vergine. Siamo nel XIV-XV secolo.

1562 inizia la riforma  del Carmelo, ad opera di S.Teresa di Avila, che intuisce la necessità di introdurre una Regola più rigida e che privilegiasse la vita contemplativa. Nell’autunno del 1567  Teresa incontra Giovanni di san Mattia, ne intuisce il carisma e l’ascetismo e lo incoraggia alla fondazione di un monastero maschile. Così ella scrive: “parlandogli, ne rimasi molto soddisfatta e seppi da lui che desiderava andare tra i certosini. Gli dissi che se voleva migliorare,avrebbe reso ancor più servizio al Signore, rimanendo nel suo Ordine.Egli mi diede la sua parola di aspettare, a patto che non si tardasse molto”. Giovanni accetta il suggerimento di s.Teresa e l’applicazione della Regola primitiva (28 Novembre 1568), assumendo il nome di Giovanni della Croce O.C.D. ( Ordo Carmelitarum Descalceatorum, cioè Ordine Carmelitani Scalzi), per distinguersi dal precedente ordine dei Calzati.  

Dal 1572 si apre un aperto conflitto tra l’ordine dei Calzati e l’ordine degli Scalzi. Una questione di potere. Giovanni della Croce, che s’impegna in questa riforma, trova sulla sua strada anche molti nemici e invidiosi e viene imprigionato nel 1577 per nove mesi. Successivamente, dopo alterne e lunghe vicende tra fautori dei Calzati e degli Scalzi, anche all’interno della Chiesa, si arriva ad una serie di compromessi, che si risolvono agli inizi del 1900.

Ferito dall’amore di Dio, in carcere scrive alcune poesie, che restano tra le più belle della letteratura spagnola. Riesce a fuggire dal carcere e riprende il suo impegno di riformatore, educatore e superiroe della nuova famiglia carmelitana. Scrive i quattro grandi commenti alle sue poesie: Salita del Monte Carmelo (S), Notte oscura (N), Cantico Spirituale (C), Fiamma Viva d’Amore (F). La S è l’opera ascetica( purificazione attiva): primo libro = purificazione del senso; secondo libro =purificazione dell’intelletto; terzo libro=purificazione della memoria e della volontà. La N in due libri, tratta della purificazione passiva della parte sensitiva e dello spirito. Il C  = commento alle quaranta strofe del testo poetico, che è l’itinerario dell’anima verso Dio. F = commento alle quattro strofe del testo poetico, ha come tema la trasformazione dell’uomo in Dio.

Teologia Mistica è l’esperienza di Giovanni. Egli è un teologo spirituale, che canta l’unione sponsale tra Dio e l’uomo. La notte mistica è l’immediatezza con il mistero. Non si tratta di una visione immaginaria, ma unione di essenze, bocca a bocca, quella di Dio e quella dell’uomo. L’uomo si sente attratto dal desiderio di Dio e comincia a spogliarsi di tutto ciò che non è Dio. Inizia così l’imitazione di Cristo. L’unione mistica ha una dimensione trinitaria e cristologica. Nella conclusione del C, così si esprime : “O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi trattenete? Le vostre aspirazioni sono bassezze  e i vostri beni miserie. O misera cecità degli occhi dell’anima vostra,poiché siete ciechi dinanzi a tanta luce e sordi dinanzi a così grandi voci, senza accorgervi che mentre andate in cerca di grandezze e di gloria, rimanete miseri e vili,ignari e indegni di tanto bene ( C 39,7).

TESTI

SALITA AL MONTE CARMELO “in cui l’anima canta la sorte felice che ebbe di passare attraverso la notte oscura della fede,per giungere, spogliata e purificata,all’unione con l’amato”.

NOTTE OSCURA

  1. In una notte oscura,

            con ansie, in amori infiammata,

             -oh! Felice ventura!-

             Uscii,né fui notata,

             stando già la mia casa addormentata.

 

  1. Al buio uscii e sicura,

              per la segreta scala, travestita,

              -oh! Felice ventura!-

              Al buio e ben celata,

              stando già la mia casa addormentata.

 

         3, Nella felice notte,

              segretamente, senza essere veduta,

              senza nulla guardare,

              senza altra guida o luce,

              fuor di quella che in cuor mi riluce.

 

  1. Questa mi conduceva,

               più sicura che il sol di mezzogiorno,

              là dove mi attendeva

              Chi bene io conosceva

              E dove nessun altro si vedeva.

 

  1. Notte che mi hai guidato!

             O notte amabil più dei primi albori!

             O notte che hai congiunto

             L’Amato con l’amata,

              l’amata nell’Amato trasformata!

 

  1. Sul mio petto fiorito,

             che intatto per lui solo avea serbato,

             Ei posò addormentato,

             mentre io lo vezzeggiava

             e la chioma dei cedri il ventilava.

 

  1. Degli alti merli l’aura,

             quando i suoi capelli io discioglievo,

             con la sua man leggera

             il mio collo feriva

             e tutti i sensi miei in sé rapiva.

 

  1. Giacqui e mi obliai,

             il volto sul diletto reclinato;

             tutto cessò, e posai,

             ogni pensier lasciato

              in mezzo ai gigli perdersi obliato.

 

FIAMMA VIVA D’AMORE

 

  1. O fiamma d’amor viva

che soave ferisci

dell’alma mia nel più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

se vuoi, ormai finisci;

rompi la tela a questo dolce incanto!

 

  1. O cauterio soave!

O deliziosa piaga!

O blanda mano! O tocco delicato,

the sa di vita eterna,

e ogni debito paga!

Morte in vita, uccidendo, hai tu cambiato!

 

  1. O lampade di fuoco,

nel cui vivo splendore

gli antri profondi dell’umano senso,

che era oscuro e cieco,

con mirabil valore,

al lor diletto dan luce e calore!

 

  1. Quanto dolce e amoroso

ti svegli sul mio seno,

dove solo e in segreto tu dimori!

Nel tuo spirar gustoso,

di bene e gloria pieno,

come teneramente m’innamori!

 

 

 

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