Santa Teresa di Gesù ( Avila ,  Spagna , 28 Marzo 1515  - Alba de Tormes 1582).

Ricorrenza 15 Ottobre

 

I genitori nobili,Alfonso Sanchez de Cepeda e donna Beatrice  de Ahumada, le assicurano una formazione spirituale eccellente, come era costume tra la nobiltà. Tutte quelle cure che avrebbero fatto germogliare in le il fiore della santità. A dodici anni rimane orfana della madre. Ben presto,seguendo una sua cugina frivola e mondana, decade dal suo fervore, “lasciandosi trascinare dalle galanterie  e dalle conversazioni del mondo. Mai che in quel tempo di traviamento – com’ella lo chiama -  commettesse un sol peccato mortale: lo confermarono con giuramento i suoi confessori, che udirono a più riprese le sue confessioni generali”. Don Alfonso, temendo il peggio per la condotta della figlia, decide di affidarla alle agostiniane di Avila. È qui che vine fuori il germe della sua vocazione. “A ventun anni la gaia fanciulla dei Cepeda è ravvolta nel saio monacale delle Carmelitane dell’Incarnazione  di Avila”, il 2 Novembre del 1536. L’anno successivo, il 3 Novembre 1537, si consacra per sempre al servizio di Dio e di Nostra signora del Monte Carmelo. Una strana malattia la tiene lontana dal convento, ma quando vi rientra, il demonio comincia a tormentarla con i suoi pensieri mondani. “ Ricominciarono; attraverso la grata le conversazioni frivole e mondane della sua adolescenza”. Nell’autobiografia racconta “ di passatempo in passatempo, di vanità in vanità,di occasione in occasione, cominciai a mettere di nuovo in pericolo la mia povera anima, sino avergognarmi di continuare con Dio quella particolare amicizia che deriva dall’orazione “(autobiografia,cap 7 n. 1). IL Signore però veglia su di lei, che comincia a capire il tempo che spreca per le cose mondane, mentre c’è un mondo da salvare. Ed eccola, Teresa, impegnata nella fondazione di monasteri, motivata anche dalle notizie che le pervenivano dalla Francia, sconvolta dalle eresie.  “ Mi pareva che , pur di salvare un’anima sola delle molte che si perdevano, avrei sacrificato mille volte la vita. Ma ero donna....” (Cammino di perfezione, cap. 1). Da un lato le eresie proveninenti dalla riforma luterana e dall’altra il dissenso che le proveniva dal gruppo dei Calzati (la prima regola dei Carmelitani), costringono Teresa a restare quasi prigioniera nel convento di Avila. Anche da quel luogo prega, esorta,incoraggia, perché tutto si svolga nell’obbedienza al Signore e alla sua maggior gloria. La sua forza d volontà, le sue conoscenze, la sua capacità di superare ogni ostacolo, introducendo anche l’ordine monastico maschile dei Carmelitani scalzi, con San Giovanni della Croce, mettono in crisi le istituzioni, tanto che  un alto prelato, Nunzio Apostolico,  la definisce “femmina inquieta e vagabonda”. Ella non si fa scalfire da queste ingiurie, perché ha Dio con sé, chè “come l’acqua che cade  dal cielo in un fiume; come un ruscello che entra nel mare, come la luce che penetra in una stanza per due finestre e dentro si fa un tutt’uno inseparabile.(Castello Interiore, Mansioni VII, cap. 2).

MAESTRA DI MEDITAZIONE E CONTEMPLAZIONE  (teologia mistica)

Il Castello Interiore ( le mansioni). Il cammino di perfezione: spogliarsi da ogni attacco al peccato ; incipienti e proficienti.

 

Prima donna annoverata tra i Dottori della Chiesa da Paolo VI nel 1970. Teologa mistica tra i più fecondi, che ci ha lasciato scritti di rara bellezza e spiritualità, da cui traspare sempre l’incontro d’amore con Cristo. Teresa indica il 1544 come l’anno della sua “conversione”, l’inizio di una vita nuova nell’amore quotidiano con Cristo. Periodo di unione e di esperienze mistiche, che trovano il suo apice nella grazia della “transverberazione”, che  “l’avvolge in una fornace d’amore”.

La transverberazione (dal latino trans verberatio: da transverberare, cioè trafiggere, trapassare da parte a parte), è l'esperienza mistica attribuita ad alcuni santi che verrebbero feriti dall'intervento sovrannaturale di Dio o di creature angeliche. Nel 1562, ispirata dal Signore, fonda un nuovo Carmelo, dove raccogliere poche anime disponibili a riunirsi attorno allo sposo Gesù Cristo. Risponde alla chiamata di Dio, per rifondare, attraverso il Carmelo, non senza travagli, una Chiesa lacerata dalle lotte di religione. Teresa, attraverso la fondazione dei due rami del Carmelo, quello femminile e quello maschile, vuole riportare la Chiesa alla sua vera spiritualità, una Chiesa voluta da Dio, che ha in Cristo  suo sposo, l’unica e vera risorsa provvidenziale per l’uomo. Nel 1572 riceve la grazia del “matrimonio spirituale”, vivendo in abituale comunione con Dio e con il mistero della Trinità. Alla sua morte esprime in una sintesi perfetta tutto il cammino di una vita di preghiera:  “finalmente, o sposo mio, è ora che ci vediamo. Sono figlia della Chiesa”. I suoi numerosi scritti    trasportano il lettore in una dimensione mistica e nell’incontro con Gesù.

Gli scritti: a) la vita; b) il cammino di perfezione; c) il Castello interiore o mansioni; d) le fondazioni; e) relazioni spirituali; f) le esclamazioni; g) gli avvisi; h) le Costituzioni; i) il modo di visitare i monasteri; l) le poesie; m)  epistolario ( 457 lettere).

 

Riportiamo  un brano semplice, ma significativo della sua vita e del suo misticismo.

 

Felicità di chi ama

 

Libero e lieto è il cuore innamorato,

che tutto e solo si concentra in Dio.

Per Lui rinuncia ad ogni ben creato,

per Lui si lascia in disdegnoso oblio.

Il suo pensiero è tutto in Lui sacrato,

ed Ei l’appaga in ogni suo desio.

Così, fra mezzo a questo mar sconvolto,

passa sereno nella pace avvolto.

 

Da posie, 5

 

Quadro di F.A. Sotomayor (Madrid)

 

GIOVANNI DELLA CROCE: IL MISTICO DOTTORE DELLA CHIESA E INNAMORATO DI DIO.

Nasce a Fontiveros( Avila), nel 1542. Trascorre un’infanzia povera e laboriosa. Morto il padre, è costretto a peregrinare con la madre e i due fratelli, in cerca di lavoro e di una stabilità, fissando la residenza ad Arévalo.

  Dal 1551 al 1559 riceve una formazione presso il collegio “de los doctrinos” di Medina del Campo. Successivamente compie studi umanistici nel collegio dei Gesuiti di Medina.

1563 veste l’abito religioso dei Carmelitani, con il nome di Giovanni di san Mattia.

Dal 1564 al 1568 compie studi universitari, diventa sacerdote e inizia la riforma del Carmelo.

Una distinzione: carmelitani e carmelitani scalzi. I carmelitani  nascono verso la fine del XII secolo. Si tratta di un gruppo di pellegrini e crociati, che, stanchi della guerra, si ritira sul monte Carmelo , in Palestina, dove vive una vita monastica di preghiera, di meditazione. Successivamente, per dare continuità a quello stile di vita, gli adepti chiedono al Patriarca  di Gerusalemme Alberto Avogadro,una Regola. Cominciano poi a emigrare verso l’Europa. Con il passare del tempo la vita eremitica assume una connotazione meno severa e l’ordine eremitico si trasforma in un ordine dei mendicanti, allo stesso modo come i Domenicani e i Francescani. Si chiamano anche fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, per la loro devozione alla Vergine. Siamo nel XIV-XV secolo.

1562 inizia la riforma  del Carmelo, ad opera di S.Teresa di Avila, che intuisce la necessità di introdurre una Regola più rigida e che privilegiasse la vita contemplativa. Nell’autunno del 1567  Teresa incontra Giovanni di san Mattia, ne intuisce il carisma e l’ascetismo e lo incoraggia alla fondazione di un monastero maschile. Così ella scrive: “parlandogli, ne rimasi molto soddisfatta e seppi da lui che desiderava andare tra i certosini. Gli dissi che se voleva migliorare,avrebbe reso ancor più servizio al Signore, rimanendo nel suo Ordine.Egli mi diede la sua parola di aspettare, a patto che non si tardasse molto”. Giovanni accetta il suggerimento di s.Teresa e l’applicazione della Regola primitiva (28 Novembre 1568), assumendo il nome di Giovanni della Croce O.C.D. ( Ordo Carmelitarum Descalceatorum, cioè Ordine Carmelitani Scalzi), per distinguersi dal precedente ordine dei Calzati.  

Dal 1572 si apre un aperto conflitto tra l’ordine dei Calzati e l’ordine degli Scalzi. Una questione di potere. Giovanni della Croce, che s’impegna in questa riforma, trova sulla sua strada anche molti nemici e invidiosi e viene imprigionato nel 1577 per nove mesi. Successivamente, dopo alterne e lunghe vicende tra fautori dei Calzati e degli Scalzi, anche all’interno della Chiesa, si arriva ad una serie di compromessi, che si risolvono agli inizi del 1900.

Ferito dall’amore di Dio, in carcere scrive alcune poesie, che restano tra le più belle della letteratura spagnola. Riesce a fuggire dal carcere e riprende il suo impegno di riformatore, educatore e superiroe della nuova famiglia carmelitana. Scrive i quattro grandi commenti alle sue poesie: Salita del Monte Carmelo (S), Notte oscura (N), Cantico Spirituale (C), Fiamma Viva d’Amore (F). La S è l’opera ascetica( purificazione attiva): primo libro = purificazione del senso; secondo libro =purificazione dell’intelletto; terzo libro=purificazione della memoria e della volontà. La N in due libri, tratta della purificazione passiva della parte sensitiva e dello spirito. Il C  = commento alle quaranta strofe del testo poetico, che è l’itinerario dell’anima verso Dio. F = commento alle quattro strofe del testo poetico, ha come tema la trasformazione dell’uomo in Dio.

Teologia Mistica è l’esperienza di Giovanni. Egli è un teologo spirituale, che canta l’unione sponsale tra Dio e l’uomo. La notte mistica è l’immediatezza con il mistero. Non si tratta di una visione immaginaria, ma unione di essenze, bocca a bocca, quella di Dio e quella dell’uomo. L’uomo si sente attratto dal desiderio di Dio e comincia a spogliarsi di tutto ciò che non è Dio. Inizia così l’imitazione di Cristo. L’unione mistica ha una dimensione trinitaria e cristologica. Nella conclusione del C, così si esprime : “O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi trattenete? Le vostre aspirazioni sono bassezze  e i vostri beni miserie. O misera cecità degli occhi dell’anima vostra,poiché siete ciechi dinanzi a tanta luce e sordi dinanzi a così grandi voci, senza accorgervi che mentre andate in cerca di grandezze e di gloria, rimanete miseri e vili,ignari e indegni di tanto bene ( C 39,7).

TESTI

SALITA AL MONTE CARMELO “in cui l’anima canta la sorte felice che ebbe di passare attraverso la notte oscura della fede,per giungere, spogliata e purificata,all’unione con l’amato”.

NOTTE OSCURA

  1. In una notte oscura,

            con ansie, in amori infiammata,

             -oh! Felice ventura!-

             Uscii,né fui notata,

             stando già la mia casa addormentata.

 

  1. Al buio uscii e sicura,

              per la segreta scala, travestita,

              -oh! Felice ventura!-

              Al buio e ben celata,

              stando già la mia casa addormentata.

 

         3, Nella felice notte,

              segretamente, senza essere veduta,

              senza nulla guardare,

              senza altra guida o luce,

              fuor di quella che in cuor mi riluce.

 

  1. Questa mi conduceva,

               più sicura che il sol di mezzogiorno,

              là dove mi attendeva

              Chi bene io conosceva

              E dove nessun altro si vedeva.

 

  1. Notte che mi hai guidato!

             O notte amabil più dei primi albori!

             O notte che hai congiunto

             L’Amato con l’amata,

              l’amata nell’Amato trasformata!

 

  1. Sul mio petto fiorito,

             che intatto per lui solo avea serbato,

             Ei posò addormentato,

             mentre io lo vezzeggiava

             e la chioma dei cedri il ventilava.

 

  1. Degli alti merli l’aura,

             quando i suoi capelli io discioglievo,

             con la sua man leggera

             il mio collo feriva

             e tutti i sensi miei in sé rapiva.

 

  1. Giacqui e mi obliai,

             il volto sul diletto reclinato;

             tutto cessò, e posai,

             ogni pensier lasciato

              in mezzo ai gigli perdersi obliato.

 

FIAMMA VIVA D’AMORE

 

  1. O fiamma d’amor viva

che soave ferisci

dell’alma mia nel più profondo centro!

Poiché non sei più schiva,

se vuoi, ormai finisci;

rompi la tela a questo dolce incanto!

 

  1. O cauterio soave!

O deliziosa piaga!

O blanda mano! O tocco delicato,

the sa di vita eterna,

e ogni debito paga!

Morte in vita, uccidendo, hai tu cambiato!

 

  1. O lampade di fuoco,

nel cui vivo splendore

gli antri profondi dell’umano senso,

che era oscuro e cieco,

con mirabil valore,

al lor diletto dan luce e calore!

 

  1. Quanto dolce e amoroso

ti svegli sul mio seno,

dove solo e in segreto tu dimori!

Nel tuo spirar gustoso,

di bene e gloria pieno,

come teneramente m’innamori!

 

 

 

                        EDITH STEIN: DAL MARTIRIO DI AUSCHWITZ ALLA   “SCIENTIA CRUCIS”

 

Questo breve lavoro vuole essere un piccolo contributo allo studio della spiritualità di Edith Stein nella sua complessa evoluzione, laddove il termine complesso sta a indicare la sofferta, ma determinata conversione dall’ebraismo al cattolicesimo, fino al supremo sacrificio, quale vittima della barbarie nazista. Premesso che la Shoah può essere considerata “martirio” per definizione, i campi di sterminio,partoriti da una mente perversa e costruiti per la  “soluzione finale” del problema “Ebrei”, hanno  generato anche dei martiri, che la Chiesa cattolica ha elevato agli onori dell’altare, come il P. Massimiliano Kolbe e Edith Stein[1]. Nonostante una vasta pubblicistica al riguardo, questa ricerca vuole anche dare una risposta alla società contemporanea, che, sopraffatta e fagocitata  da pressioni e istanze di ogni genere, chiede soluzioni o una via d’uscita, in una società, nella quale si sono spenti molti valori, per non parlare del senso del sacro, primo fra tutti quello della solidarietà, della comunicazione vera, della comunione, che si costruisce su  quei legami affettivi, che da tempo ormai l’uomo si è gettato alle spalle. Per comprendere il vero significato della solidarietà e dei legami tra le persone,è sufficiente leggere il dialogo tra la volpe e il piccolo principe, nel celebre capolavoro letterario di Antoine De Saint-Exupery.[2]   La richiesta della società riveste carattere di urgenza, per cercare di intravedere la luce in fondo a quel  tunnel, nel quale si è trovata. Per questi motivi, ravviso in Edith Stein una delle personalità più rappresentative del passaggio di un’epoca e, nello stesso tempo, rappresenta la sintesi di quella che possiamo indicare come la massima espressione spirituale, attraverso il dono di sé nell’inferno di Auschwitz, che scuote la coscienza umana  e cristiana attraverso il sacrificio della propria vita, quale testimonianza di fede indiscussa e incondizionata. L’odio razziale, espressione di una ideologia aberrante e irrazionale, di cui la Stein rimane , fra tante, una vittima illustre, colpisce la persona nella sua dignità, nell’intimo della propria coscienza, fino ad annientare la stessa identità. In questo supremo atto, ella trova ancora la forza, il coraggio, che le vengono dalla fede, di abbracciare la sua croce fino in fondo, come unica speranza. È il paradosso della Croce, che assume forme e significati veri e profondi, sublimi e liberanti. Così infatti ella si esprime in uno dei suoi scritti: “Si giunge a possedere una Scientia Crucis solo quando si sperimenta fino in fondo la Croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore: ave,Crux, spes unica”[3]. Che cosa significa l’espressione “sperimentare fino in fondo la Croce?”. Non è certamente la ricerca di una “via stretta” per puro narcisismo. Sarebbe assurdo per una persona della stazza di Edith Stein, filosofa già affermata,  che da tempo aveva trovato il suo “ubi consistam” nella figura di Cristo. Questa scelta di campo, in cui si intravedono gli albori della conversione, ha origine nel 1917, alla morte di Adolf Reinach, anche lui, come la Stein, assistente di E.Husserl. Il grande dolore e la sua spiccata sensibilità , le impedivano di avvicinarsi alla vedova di Reinach, ma viene colpita dal suo atteggiamento rassegnato e pieno di speranza, che mette in crisi la  razionalità della Stein, che così descrive quell’incontro: “Fu il mio primo incontro con la Croce e la forza divina che essa comunica a chi la porta. Vidi per la prima volta, tangibile davanti a me, la Chiesa, nata dal dolore del Redentore, nella sua vittoria sul pungolo della morte. Fu il momento in cui andò in frantumi la mia incredulità e risplendette la luce di Cristo, Cristo nel mistero della Croce”[4]. La ricerca della Verità ha avuto un ruolo fondamentale  nella vita della Stein; ricerca, che trova il suo punto fermo nella decisione della conversione, che è anche il punto di partenza di una ricerca avanzata, fino alla decisione di entrare nel Carmelo. Dolore doppio per la madre, che non accetta la figlia cattolica e suora. Così Conrad De Meester sintetizza l’incontro di Edith con la madre. “Rimane ancora un compito difficile: dire alla madre ebrea la sua conversione...Rientrata a casa, Edith cerca l’occasione. Ha raccontato più tardi alla sua priora e confidente al Carmelo, suor Teresia Renata, che un giorno s’inginocchiò davanti a sua madre e, guardandola negli occhi, le disse con calma: ‘mamma, sono cattolica’.....Edith l’ha vista piangere.Aveva immaginato una reazione violenta, fino all’espulsione dalla famiglia. Edith vede la mamma piangere e la figlia piange con lei. Queste due creature, che si amano più di ogni essere umano,comprendono che le loro strade si sono separate inesorabilmente. Nella forza della loro fede,offrono a Dio il dolore del loro cuore”[5]. Questa la prima grande croce, che segnerà per sempre la vita della Stein e il rapporto con la madre: una stimata famiglia ebrea, di sani principi, non poteva e non doveva cedere alla tentazione di seguire una religione che non fiosse l’ebraismo. Nella  sua sete di verità, la fenomenologia del suo maestro E.Husserl le apre nuovi orizzonti. Una luce nuova si presenta alla sua coscienza, luce che penetra nell’anima e la rischiara, non meno di quella stessa luce che illuminò la notte oscura di Giovanni della Croce[6]. Così infatti descrive questa luce che si presenta alla sua coscienza in una poesia: “Chi sei, luce, che m’inondi e rischiari la notte del mio cuore?Tu mi guidi come la mano di una madre, ma se mi lasci, non saprei fare neanche un passo da sola. Tu sei lo spazio, che circonda l’essere mio e lo proteggi.Se mi abbandoni, cado nell’abisso del nulla, da cui mi hai chiamato all’essere.Tu, più vicino a me di me stessa, a me più intimo dell’anima mia, eppure sei intangibile ed incomprensibile e di ogni nome infrangi le catene: Spirito Santo – Eterno Amore”. [7] La ricerca della verità si fa Parola e la Parola si fa luce che rischiara quella notte dell’anima, in cui amante e amato trovano la sintesi perfetta nell’amplesso dello Spirito. A questa prima grande croce, che Edith porterà con sè per tutta la vita, chiusa nel suo insondabile mistero,se ne aggiunge poi un’altra: il destino del popolo ebreo, bandito con le leggi razziali,che la vedranno deportata nell’inferno di Auschwitz. Una storia che Edith porta sempre nel suo cuore,una croce, che sopporta con amore e fedeltà a Cristo Redentore e alla sua Chiesa, ma anche in nome di quel popolo ebreo, del suo popolo, per il quale le veniva richiesto il supremo sacrificio. Fin dal primo insediamento di Hitler, la Stein aveva compreso che non ci sarebbe stato nulla di buono per il suo popolo. Le leggi razziali erano nell’aria già dal 1933 e rientravano nel piano politico. In questo contesto, intriso di ideologia aberrante e di propaganda, la massa, soggiogata dal regime, restava impassibile, inerme.Parole non solo di condanna, ma anche di grande compassione e ammirazione a un tempo,furono espresse dal Papa Giovanni Paolo II, durante il pellegrinaggio nella sua terra di Polonia.[8] Tornando al tema in questione, dal martirio di Auschwitz alla Istantia Crucis, non è certamente agevole districarsi nei complessi meandri della storia, per cogliere nessi e circostanze,motivazioni e necessità, ma certamente è stata la pagina pi brutta della storia. Molti anni sono trascorsi da quel triste periodo e la storia ha messo una pietra miliare, nonostante la continua e incessante ricerca continui il suo corso. Bisogna anche dire che, nonostante emergano frange che si richiamano al triste passato, tuttavia anche le ideologie hanno concluso o pressocché concluso il ruolo culturale e di indottrinamento. Occorre, dunque, ricostruire una società, fondata sulla ricerca del bene comune. Questa è l’istanza fondamentale dell’uomo. Le possibili vie per cui questa istanza si concretizzi, sono due: una che nasce dall’istanza unicamente sociale e politica; l’altra nasce da un’istanza puramente religiosa.Per quanto riguarda l’istanza sociale, il problema si concentra quasi esclusivamente sulla politica, che funge da grimaldello, e che allo stato attuale sembra che abbia perso quel suo significato originario e che sia stato invece sostituito da una nuova forma di demagogia, che s’identifica unicamente con l’interesse di pochi e l’utile del più forte.  Valga fra tutte la visione della giustizia e la definizione, che ci viene offerta da Trasimaco[9]. Per quanto riguarda  invece l’istanza religiosa, è innegabile che la visione della Chiesa di Papa Francesco, che sta completando l’opera già intrapresa da San Giovanni Paolo II e dal Papa emerito Ratzinger, sta raggiungendo la coscienza di molti, in linea con Il Vangelo e con la sua dottrina degli ultimi. L’attenzione all’altro, ai bisogni, alle necessità dell’altro, che si fa mio prossimo, è la sfida del secolo, una sfida che insieme, forze laiche pluraliste e religiose, devono affrontare, per abbattere anche gli ultimi residui di quelle ideologie, che cercano di fare breccia nella mente delle giovani generazioni.  Edith Stein bene interpreta l’istanza sociale e religiosa, collocandosi in un tempo, in cui tanto altro ancora avrebbe potuto fare, quale brillante filosofa ed espertissima di spiritualità, soffocata dalla barbarie nazista.

                                                                                     Aldo Gervasio

 

Abstract: CIVITAS ET HUMANITAS, Crisi delle ideologie e nuove istanze etico-sociali, Ed Mondostudio,Cassino, n. 11 anno 2020, pp. 185-189.

 

 

 

 

[1] S.Massimiliano Kolbe (1894-1941) è stato un presbitero francescano. Nel campo di concentramento di Aushwitz si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame. Beatificato da Papa Paolo VI (1979),fu proclamato santo da Papa Giovanni Paolo II (1982). Edith Stein ( 1892 -1942). Allieva brillante di E.Husserl, il padre della fenomenologia, prima a Gottinga e poi  a Friburgo, diventa  sua assistente. Dalla sua prima dissertazione, che discute per il conseguimento del dottorato, sviluppa una sensibilità spirituale elevatissima. Si converte al cattolicesimo dopo la lettura della vita di Santa Teresa d’Avila e di Santa Terersa Margherita Redi. Viene accolta nel Carmelo di Colonia e successivamente si rifugia nel Convento di Echt in Olanda, ma le leggi razziali non la risparmiano. Il 2 Agosto del 1942 viene prelevata dalla Gestapo  e internata nel campo di concentramento di Drente-Westerbork e successivamente trasferita ad Auschwitz, dove viene avviata alla camera a gas il 9 Agosto del 1942.( G.Reale – D.Antiseri, la filosofia nel suo sviluppo storico, Editrice La Scuola, (Brescia), 1994, pp.365-367

[2]  “...non posso giocare con te, disse la volpe, non sono addomesticata”. “che cosa vuole dire addomesticare? Soggiunse il piccolo prncipe”. “È una cosa da molti dimenticata- riprese la volpe. Vuol dire creare dei legami”   

(A. De Saint-Exupéry, il Piccolo Principe, Bompiani, 2001, pp. 91-92)

 

[3] E.Stein, la mistica dell Croce, a cura di Waltraud  Herbstrith,Città Nuova Editrice, p.81

[4] E.Stein, Op. Cit. P.88

[5] C. De Meester, Edith Stein sete delleVerità, Paoline editoriale libri, Milano, 2014, pp.43-44.

[6] G. Della Croce, notte oscura, Opere, postulazione generale O.C.D., 1991, pp. 6 -9.

 

 

[7] Op. cit. Pp.73-74

[8] “Vengo per pregare con voi, con tutta la Polonia e tutta l’Europa. Vengo ad inginocchiarmi su questo Golgota del mondo contemporaneo, su queste tombe, in gran parte senza nome. Questo è un luogo in cui vogliamo considerare fratelli ogni popolo e ogni uomo, E se c’è stata amarezza nelle mie parole,cari fratelli e sorelle, esse sono state pronunciate non per accusare, ma per ricordare.Parlo infatti penando a coloro che sono morti –ai quattro milioni di vittime cadute su questo campo enorme – parlo a nome di tutti coloro i cui diritti vengono ignorati e violati. Parlo perché mi obbliga, ci obbliga a farlo la verità (Osservatore Romano, 07 Giugno 1979

[9] Filosofo e oratore greco dell’antichità (460-413 a.C.), la cui fama è dovuta  al libro I della Repubblica di Platone, dove svolge il ruolo di interlocutore di Socrate sul tema della giustizia.

IGNAZIO DI LOYOLA:IL CAVALIERE MISTICO E LA PEDAGOGIA MISTAGOGICA

CRONOLOGIA ESSENZIALE ( Fonte: A.Covi, Ignazio di Loyola, sercizi Spirituali)

Per la stesura di queste note, partiamo dall’auobiografia, che Ignazio di Loyola detta  al suo collaboratore, il gesuita portoghese Ludovico Consalves da Camara (Gonzales). Si tratta, dunque, di un racconto orale, più che di autobiografia. Varie pubblicazioni vi sono al riguardo, ma per completezza e profondità, perché preceduta da un’ampia e profonda introduzione,ci serviamo del testo del gesuita Giuseppe De Gennaro “racconto di un pellegrino”,Città Nuova Editrice, 1988. Come nasce questo racconto? Una mattina del 4 Agosto 1553....Ignazio istruisce il Gonzalez....e racconta il suo vissuto dal 1521 al 1555....Il vizio, il peccato...l’inversione di marcia, la conversione,il progresso spirituale, dal caos all’ordine, la scrittura e la memoria di se stesso, l’introspezione. Scrittura in terra, scrittura in carne, scrittura in cielo ( fede, speranza, carità, sevizio).

Assedio di Pamplona: 20 Maggio 1521. Si combatte fra l’esercito spagnolo e quello di Navarra, sostenuto dalla Francia. Si conclude con la vitttoria Franco-Navarra.Il capitano Ignazio di Loyola, che era a difesa del castello  di Pamplona, insieme con altri soldati, viene ferito gravemente a una gamba ed è costretto a trascorrere alcuni mesi lontano dalle armi. In questo periodo legge la Vita Christi, scritta da Ludolfo di Sassonia (+1370) e la legenda aurea di Giacomo da Varazze ( +1298). La sua conversione inizia da queste letture e ha in animo di imitare tutte le prodezze narrate in quei libri. È da qui che comincia ad “avere una luce particolare, che lo apre al discernimento”. Riceve una visione immaginativa della Madonna con il Bambino.Questa visione gli procura una intensa consolazione, tanto che gli viene la nausea della sua vita passata e specialmente dei peccati della carne.  Ancora ferito e malconcio, si reca in pellegrinaggio a Monserrat e poi a Manresa, dove getta le basi per la stesura degli esercizi Spirituali. Proprio qui, durante i mesi trascorsi  a Manresa, la sua esperienza spirituale  raggiunge vette altissime, dedito alla penitenza e all’orazione ( sette ore al giorno). Scrive nella biografia, al n. 27”In questo periodo Dio lo trattava come un maestro di scuola tratta un bambino, quando gli insegna. Che sia stato per la sua rozzezza o ottusità, oppure perché non aveva chi gli insegnava le cose,o per la ferma volontà di servirlo,che Dio stesso gli aveva dato,egli vedeva chiaramente, e sempre l’ha ritenuto, che Dio lo trattava proprio così. Che se gli fosse venuto in mente di dubitarne,avrebbe pensato di offendere la sua divina maestà”. A Manresa riceve anche una grazia speciale, la cosiddetta  “illuminazione del Cardoner”. Lungo il fiume Cardoner ha una intuizione fortissima, tale da penetrare le cose spirituali e vederle in modo chiaro e distinto. Una tappa importante è il suo pellegrinagio in terrasanta, dove approfondisce  il proposito di intraprendere gli studi all’Università. Cosa che fa al ritorno dalla Terra Santa.  Frequenta infatti l’Università La Sorbona, dove ottiene il titolo di Magister. Il 1534 è una data importantissima, perché, insieme ad alcuni suoi amici, a Montmartre, emette il voto. Vive una vita mistica molto intensa, come testimonia il diario spirituale. Nelle visioni e illuminazioni, che spesso si accompagnano alle lacrime, lo fanno penetrare nell’essenza divina.Ciò nondimeno,la sua vita si svolge con il servizio apostolico, con umiltà. Anche tutte le e sperienze di preghiera, costituiscono una intuizione mistica. Praticamente Ignazio è un contemplativo nell’azione. Scrive G.De Gennaro, uno dei maggiori studiosi del Loyola: “Ignazio comincia ad avvertire di più “il disordine delle operazioni” vitali, morali e psicologiche, per le quali tante volte era caduto in gravi errori e colpe. Si accorge finalmente che, se mai ci fu grandezza in lui,che sempre aveva ambito di primeggiare,questa fu solo la grandezza del disordine della sua vita” (G. De Gennaro, racconto di un pellegrino, p.14-15). E ancora: “ Un’espressione degli esercizi Spirituali è illuminante, a proposito della coscienza di grande peccatore che, in maniera nuova, lo conquistava. Si tratta della piaga cancrenosa, da cui emana materia corrotta, riferito allo stato di disordine della natura umana, malata e peccatrice”. L’esercizio della scrittura delle sue gesta lo prende. Leggiamo infatti nell’introduzione al racconto, a pag. 20.

L’idea di vivere nella certosa di Siviglia ( n.12 ), a dorso di una mula va a Navarrete, dove risiedeva il duca (13). L’incontro con il moro (15) verso Manresa, la veglia davanti all’altare della Madonna (18). La tentazione , l’aridità ( 20-21). Scrupoloso nella confessione(22), digiuni e astinenza. Devotissimo alla Santa Trinità (28). Le consolazioni fino alle lacrime (33).

Episodio da sottolineare è la famosa visione de La Storta. Alle porte di Roma, insieme con i due compagni Pierre Favre e Diego Lainez,si frmena all’osteria de La Storta, dov’era ubicata una Chiesetta. In questa Chiesetta Ignazio ha una visione, in cui vede il Cristo che porta la Croce e riferisce chiaramente di aver letto una scritta “Ego vobiscum ero”, cioè: io sarò con voi. Questa visione viene interpretata come l’assenso di Dio alla Compagnia di Gesù.

MISTAGOGIA

Il termine è composto da Mystes( mistero), derivante dal verbo myo( chiudere le labbra) e ago( condurre). Sgnificherebbe dunque l’azione di condurre una persona nella conoscenza di una verità occulta. Il conduttore è il mistagogo; l’iniziato è il miste. Diffusissima questa pratica nell’antichità classica, la flosofia greca. Nel cristianesimo la mistagogia acquista una nuova dimensione: Gesù stesso introduce i discepoli nel mistero del regno di Dio (parabole). Egli dunque è mistero e mistagogo.La mistagogia, dunque, diventa per il credente un metodo o il metodo, per raggiungere Dio. La via maestra è costituita dalle Scritture, nelle quali è racchiuso il mistero della salvezza. Aprirsi al mistero, significa aprirsi alla conoscenza di Dio, conoscenza che non può essere raggiunta con la mente, essendo questa limitata, ma solo con un’azione di grazia, che trascende la mente, va oltre il puro fenomeno, per proiettarsi nell’infinito Dio. Da sottolineare che non si tratta di un infinito filosofico, sebbene la filosofia aiuti questo processo, ma si tratta esclusivamente di una intuizione mistica, che può accadere solo con la parte più propriamente spirituale, che è il cuore. Questo aspetto viene messo in luce dallo stesso Ignazio negli Esercizi Spirituali, laddove afferma:” non è il molto sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente. ( nota due). Per comprendere ciò, è necessario conoscere i significati dei termini “sentire e gustare”. Sentire deriva dal latino, “sentio”, che significa propriamente sentire con l’anima, cioè quasi come se si avvertisse una presenza nell’anima e che con essa s’identifica. Non è dunque un normale sentire, ma un sentire particolare e intimo. Gustare è certamente riferito al significato di assaporare , ma come si assaporano le cose fisiche e magari edibili, così si assapora, cioè prende consistenza di sapore, ogni cosa che interiormente mi gratifica e mi permette di gustare intimamente. Il salmo 33 recita “gustate e vedete come è buono l Signore”. In conseguenza di ciò, la pedagogia ignaziana non può che identificarsi con la mistagogia. Gustare una poesia, una prosa, una partita a tennis, un cibo, diventano tutti veicoli, per gustare la bontà del Signore. La stessa cosa vale per quanti riguarda il sentire. Tutto ciò, si può fare solo se si creano i presupposti o la formazione adeguata, perché una persona possa sentire e gustare le cose interiormente. Ovviamente ho da sempre messo sotto accusa la scuola, l’università, perché non si concepisce la formazione mistagogica come uno strumento efficace, per la formazione della persona. Dobbiamo anche dire, però, che non abbiamo neanche un sistema adeguato e insegnanti preparati a questo lavoro. Basti pensare che quando parliamo di tossicodeipendenza, siamo ancora a livello 1, cioè conoscenza della sintomatologia. Ciò vuol dire che non vogliamo progredire, perché progredire in questo campo non sempre è agevole, ma comporta fatica. Formare un educatore è sempre difficile, perché quello della formazione è un campo minato, a volte banalizzato, a volte reso impossibile da praticare, a volte completamente dimenticato o sopraffatto e nascosto dalla montagna di narcisismo che alberga nelle persone e nelle istituzioni, anche, purtroppo, nella Chiesa medesima.

      CRISI D’IDENTITȦ E BREVITȦ DELLA VITA IN UNA SOCIETȦ IPERCONNESSA

                                                           di Aldo Gervasio

Prendo lo spunto da un contributo di Gaetano Piccolo S.I., pubblicato sull’autorevole rivista “La Civiltà Cattolica”, dal titolo “Imparare a contare i giorni. Una riflessione sulla bevità della vita”[1].Lo scritto, pur affrontando il tema della brevità della vita soprattutto dal punto di vista teologico-morale e teleologico, è in assonanza con il tema generale proposto dal presente volume. In questa mia breve ricerca metterò in relazione la riflessione citata con  il mondo virtuale, al fine di sottolineare che la brevità della vita e il mondo virtuale, vale a dire la vita reale e quella virtuale, sono due vite destinate a finire e dunque soggette alla legge della caducità. L’inizio dell’articolo di Gaetano Piccolo è sorprendentemente in tema: “...il vero problema è che l’uomo di oggi non riesce più a rispondere alla domanda sulla sua identità, fino al punto di archiviare tale interrogativo...”[2].È sconcertante pensare che l’uomo oggi abbia archiviato la domanda circa la propria identità, ma, data la complessità dell’argomento, è anche legittimo  interrogarsi circa il destino dell’uomo, dell’Europa e della società intera. Domande che saranno anche pleonastiche, ma alle quali sovente non vengono date risposte adeguate. Da più parti s’invoca l’unità, la ricerca del bene comune, per salvare una società che sta andando alla deriva, ma sempre si danno risposte, che anche la psicologia sembra avere archiviato.Il principio filosofico d’identità, fatto proprio dalla psicologia, ha esercitato, e a ragione, una facile presa sui contenuti e i metodi della sociologia, la psicopedagogia, le tecniche psicodiagnostiche. Il socratico “conosci te stesso” non ha mai smesso di esercitare il suo fascino, soprattutto se si pensa che la cosiddetta “filosofia curativa” sta penetrando pressocché tutti gli strati sociali. Tornando al quesito iniziale posta dall’autore sul perché l’uomo oggi non riesce più a rispondere alla domanda circa la sua identità, bisogna fare un passo idietro. Nel 1949 il filosofo e semiologo Charles Morris, pubblica un testo molto significativo, che affronta la complessa problematica dei segni. Così infatti afferma: “Dalla nascita alla morte, da quando ci si sveglia al riposo, l’individuo è soggetto a una continua pressione dei segni”[3]. I mezzi di comunicazione che tutti sono ormai in grado di utilizzare, sono gli stessi che offrono infinite possibilità di conoscenze, ma sono anche quelli che sconvolgono il cervello e lo condizionano anche negli orientamenti e nelle scelte, fino a creare dipendenza e dissociazione. Ci rendiamo ormai conto che certi argomenti non fanno ormai più breccia  nell’uomo, perché superati dalle recenti ricerche sui neuroni specchio e della neuropedagogia. Non è nostra intenzione ampliare il ventaglio delle implicazioni scientifiche sull’argomento, sebbene la ricerca si muova necessariamente in un ambito multi - inter disciplinare. Ciò porta a restringere il campo d’indagine, per rientrare nell’assunto principale, cioè la caducità della vita in riferimento alla crisi dell’identità. Sappiamo, attraveso la ricerca attuale, che il mondo virtuale è ormai un dato acquisito, che porta l’uomo a estraniarsi dal mondo reale, diventato ormai troppo piccolo, per contenere lo stesso pensiero. Di qui la necessità di proiettarsi in una dimensione sempre nuova e sconosciuta, con l’illusione di conquistarla e dominarla. Questo è il mondo virtuale creato dalla tecnologia e che sta portando l’umanità verso la catastrofe, se la cultura e la scienza, guidate dall’ intelligenza, non si riappropriano  della comunicazione autentica, reale, che scaturisce dal pensiero e dalla riflessione.  Nella fattispecie l’uomo deve ritrovare anche la propria identità che ha smarrito da molto tempo. Non è un caso che già negli anni ’80 si cominciò a parlare di “dipendenze tossiche”, durante un congresso sulle tossicodipendenze, tenutosi a L’Aquila e dove si cominciò a classificare come tossiche tutte le dipendenze, che non fossero riconducibili alle droghe tout court, e si cominciò a parlare di “sindrome tossicodipendenziale”[4]. Il concetto di “sindrome” è  una pietra miliare nella ricerca, tanto che oggi il concetto di dipendenza tossica è molto più esteso e non circoscritto alle sole sostanze stupefacenti. A Ragione riteniamo che il coinvolgimento in un mondo virtuale e alienante, rientri in questo concetto di dipendenza tossica. Quanto descritto trova riscontro, e può essere elemento chiarificatore, nella perdita dell’identità, in rapporto alla realtà virtuale  e alla tecnologia imperante. Non sarebbe però corretto, a tale proposito, additare la tecnologia come il male assoluto,ma è innegabile che essa abbia un ruolo determinante nella società, preconizzato già da filosofi come Emanuele Severino. Certo la tecnologia procede ormai a ritmi vertiginosi ed è molto difficile non lasciarsi coinvolgere dal suo fascino, incuranti se la stessa macchina creata dall’uomo diventi strumento di distruzione dell’uomo stesso. Come fare per arginare il potere della tecnologi, per orientarla verso scopi non aggressivi per l’uomo, ma che sia al servizio dell’uomo e per riportarlo verso un nuovo processo di umanizzazione? Interrogativi, che provengono anchge dal mondo dell’arte, soprattutto della musica. Non sfugge, ad esempio, che cantautori come De Gregori,  Guccini, Battiato, nella varietà di forme  espressive musicali e poetiche, cantino il ritorno a una vita più normale.In particolare Il cantautore Franco Battiato indica la necessità di ricercare altrove, cioè in un altro modello di vita, la soluzione alla crisi d’identità, non solo quale prodotto di una società mercantile, ma soprattutto di quella più incisiva  e profonda tecnologia, che ha aperto le porte al mondo virtuale.[5]   Da più parti ormai s’invocano soluzioni al problema generato dal mondo virtuale, frutto anche di una normativa insesistente o perlomeno molto blanda, che dovrebbe regolamentare tutto il mondo che ruota intorno al Web. La letteratura al riguardo si va arricchendo di nuovi contributi, tra cui trovo molto interessante un testo non recentissimo di Frances Booth, dal titolo suggestivo ed efficace:”Felicemente sconnessi” con il sottotitolo “come curarsi dall’iperconnettività”, De Agostini,2014. L’autrice affronta il tema-problema dell’iperconnettività con uno stile dinamico e propositivo. Così si legge nell’anteprima del testo, in seconda di copertina: “La connettività plasma il nostro cervello, ne altera le funzioni, i circuiti. Ci fa credere di andare più veloci e invece buttiamo via un sacco di tempo....perdiamo la concentrazione, la memoria, il sonno, il silenzio, la pace della solitudine”. La prefazione è affidata a Lia Celi, scrittrrice poliedrica e versatile, che, con uno stile sobrio e coinvolgente, invita ciascuno a prendersi cura di se stesso nel mare magnum del Web, Internet..Così infatti scrive: “ La multiforme invadenza dei collegamenti con il mondo virtuale,rende meno stabile e sicuro quello reale. Abbiamo sempre la testa, o almeno qualche neurone, da un’altra parte[6]. L’iperconnettività è vista come un continuo bisogno di attenzione continua: “ Computer e cellulari di ultima generazione hanno sovrapposto a quest’insoddisfatto e infantile bisogno di attenzioni continue il sogno faustiano dell’onniscienza e dell’ubiquità"[7].Da ciò sembrano scaturire almeno due conseguenze. a) la ricerca nel mondo virtuale rende insicuro quello reale; b) l’uomo è insoddisfatto di se stesso, e dunque della propria identità, e cerca di realizzarsi  attraverso il mondo virtuale. La perdita dell’identità è palese. Come uscirne? Come riappropiarsene? Il testo citato affronta qusto tema del rimedio e indica una serie di atteggiamenti e di comportamenti da porre in essere, ma ricalca tuttavia ciò che in molti oggi vorrebbero realizzare e cioè una sorta di disconnessione temporanea, costante e periodica, per “staccare la spina” e cercare di alleggerire una situazione, che sta diventando ormai insostenibile. Un vademecum che accompagni il lettore nel mondo della iperconnetività e indichi i rimedi per uscirne. È in questo contesto che trova collocazione lo scritto dal quale siamo partiti e cioè dalla riflessione sulla brevità della vita, da cui bisogna partire e alla quale si deve giungere, per poter dare una risposta alla domanda di senso: a che serve tutto ciò? La stessa domanda esistenziale posta dai filosofi, poeti, artisti, cantori di tutti i tempi, ma che trova rispondenza nel mondo contemporaneo a tutti i livelli e strati sociali, quando, interrogativi e attoniti, ci chiediamo  dove va il mondo o quando ci interroghiamo proprio sulla caducità e brevità della vita.

Iperconnessione, perdita dell’dentità e brevità della vita

Abbiamo cercato di evidenziare i rischi che corre l’uomo iperconneso. Partendo dalla lettura iniziale circa “la meditazione sulla brevità della vita”, cercheremo di mettere in relazione i due contesti, per capire in che modo l’uomo possa “imparare a contare i propri giorni”, per avvicinarsi al mondo reale e allontanarsi da quello virtuale. La riflessione sulla brevità della vita, come abbiamo già espresso, porta l’uomo a considerare, in situazione normale, i vari aspetti della vita, ivi compreso quello che riguarda la sfera dello spirito. Proprio dallo spirito parte la nostra ricerca, visto che la psicologia, per certi versi, a parte quella di Jung, non tiene conto di questo aspetto, volendo ridurre tutto ai neuroni e ai relativi comportamenti. Considerare la brevità della vita, che ha affascinato i filosofi antichi, significa avere anche un approccio nuovo e diverso verso la vita, perché possa essere vissuta in maniera positiva, accettando il limite temporale.L’autore del testo preso in considerazione, Gaetano Piccolo S.I, così si esprime in un passaggio, facendo riferimento  al  Quoelet: “Nel poema conclusivo del libro (Qo 12,7) il saggio viene descritto come l’uomo che sa godere dei beni che Dio gli offre in questa vita, prima che venga la triste vecchiaia, nella quale non sarà più possibile alcun godimento[8]. In questo contesto si erge l’uomo saggio, che, di fronte alla caducità della vita, non dispera, ma accoglie la vita come dono esclusivo di Dio.  In un passaggio successivo, l’autore affronta il tema del limite e dell’identità, due aspetti che la fede ci aiuta a risolvere, nel senso che la conquista dell’identità è il riconoscimento del proprio limite. Solo conscendo il mio limite, infatti, e accettandolo, potrò dire di essere me stesso e di aver riconquistato la vera libertà, perché la vita “per quanto breve , è un dono”[9]. Rifugiarsi dunque in un mondo virtuale, cercando di esorcizzare il fantasma della morte, è una prerogativa dell’iperconnesso,  che vuole rimanere sempre sul pezzo, senza perdere alcuna battuta della vita sui social,tanto che neanche lo stesso Narciso potrebbe fare di meglio.La domanda finale è: dov’è la saggezza? L’autore del testo citato così esprime: “Solo attraverso questa saggezza, che sa accettare la propria morte, sarà possibile parlare di una vita che si apre all’eternità. La finitudine della vita umana è un messaggio da decifrare con saggezza.Proprio questa diversa lettura del limite....rivela la differenza tra il  saggio e lo stolto, tra chi riconosce e accoglie il limite e chi vuole vanamente distruggerlo o non riconoscerlo”[10]. Sembra questa, a nostro giudizio, una felice conclusione, perché spalanca le porte alla speranza e apre la vita a un nuovo orizzonte, che è quello dello spirito. Il Tema è sicuramente di vasta portata, perché apre anche alla discussione, com’è giusto che sia. D’altra parte, quando si cammina su un terreno minato come quello della fede e dello spirito, si rischia di non essere compresi o fraintesi. Questa riflessione può sembrare il frutto di un esagerato fideismo, ma certamente porta a considerare la vita e a vederla da una prospettiva diversa, nell’ottica della salute globale dell’uomo. In un suo bellissimo saggio, Emerico Giachery apre ed esplora i grandi temi della bellezza e dell’amore, concludendo con Holderlin che “poeticamente abita l’uomo su questa terra”, scritto già citato e commentato da M.Heidegger nel suo famoso saggio “Holderlin e l’essenza della poesia”[11]. Crediamo proprio che “abitare poeticamente la terra” sia un grado altissimo della vita dell’uomo. Paradossalmente è proprio la poesia, al pari della bellezza, che può salvare il mondo e l’uomo, proietandolo in una dimensione infinita, eterna e immortale. In questo tendere all’infinito, come sostiene Maister Ecckart, l’uomo riesce a cogliere anche il proprio limite e ad accettarlo; quanto basta perchè diventi consapevole della propria finitudine e si apra al mistero. In fondo è il senso dell’essere che va recuperato per vivere poeticamente la terra ed è il senso del sacro che deve permeare ogni nostra azione e ogni nostra ricerca. 

  Aldo Gervasio

 

[1] La Civiltà Cattolica, n.4065, 2/16 Novembre 2019, pp.297-304.

[2] Ivi

[3] Ch.Morris,Segni, Linguaggio e Comportamento, Longanesi Mi, 1964, p 231. Il Testo citato, pubblicato nel 1949, viene riproposto negli anni settanta.

[4]G.De Gennaro, droga anni ‘80:che fare? (a cura di), Atti del congresso internazionale, L’Aquila, 1980. Durante gli anni successivi, la riceca, intercalata da studi e convegni, è stata mirata alla definizione e classificazione delle tossicodipendenze e della sindrome tosssicodipendenziale.

[5] F.Battiato, “un’altra vita”, in “ Orizzonti perduti”,1983.

[6] F.Booth, Felicemente sconnessi. Come curarsi dall’iperconnettività”, De Agostini,2014, p. 9

[7] Op. Cit. P. 10

[8]G.Piccolo,Imparare a contare i propri giorni,una meditazione sulla brevità dela vita, in “La Civiltà Cattolica”, 4065, 2/16 Novembre 2019, p. 302: Qo 12,1: “ Ricordati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza,prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni di cui dovrai dire:non ci provo alcun gusto.

[9] Ivi

[10] Op. Cit. p. 303-304

[11] E. Giachery, “Vivere poeticamente la terra”, Ed. Carpena, 2007

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                                   (τῆς κατηχήσεως Διδασκαλεῖον)

                                 INCONTRI A TEMA DEL MERCOLEDI

 

Cari amici, con gli incontri a tema del Mercoledì, cercheremo di fare un primo passo verso la spiritualità ignaziana, allo scopo di comprendere e apprendere  la pratica della meditazione e della preghiera.  Anche quest’anno, alla fine degli incontri, come concordato con il Direttore della Scuola di Teologia per Laici, don Nello Crescenzi, verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

 

Mercoledì 04 Maggio 2022

Primo incontro propedeutico: La pedagogia mistagogica di Ignazio di Loyola.

Note di mistagogia

Il termine mistagogia è composto dal nome  mystes, che significa “mistero” , che a sua volta deriva dal verbo muo, che significa “chiudere le labbra”; e dal verbo  ago, che significa “condurre”. Starebbe quindi a significare l’azione di introdurre o iniziare una person alla conoscenza di una verità nascosta.  Artefice dell’iniziazione era anticamente il sacerdote, cioè il Mystagogo; mentre l’iniziato si chiamava Myste. Tanto per un riferimento storico, nella società greco-romana, il culto dei misteri si sviluppava e si svolgeva in molteplici aspetti e forme: l’orfismo,il culto di Mitra, il culto dionisiaco, i misteri eleusini di Demetra e Core. Queste sono forme di culto pagano, di natura soteriologica. La soteriologia è la dottrina della salvezza, la cui azione è quella di liberare l’uomo dal male, per portarlo alla salvezza. Anche il cristianesimo è una religione soteriologica, basata appunto sul mistero della salvezza. Un antico rituale mistico è rappresentato dalle abluzioni, cioè la purificazione prima di intraprendere una pratica di un rito esoterico.Certe pratiche religiose vengono denominate esoteriche, perché rivolte a pochi adepti. L’esoterismo è qualsiasi atteggiamento  che vieta di rivelare  a coloro che non appartengono al gruppo degli iniziati, le parti della dottrina praticata. Il patto, il segreto, l’indottrinamento, il ritualismo, costituivano la metodologia dell’iniziazione. Vari aspetti della mistagogia sono ovviamente presenti in quelle religioni, che si rifanno a una rivelazione soprannaturale.  Nell’ebraismo la mistica si rifà a un disegno segreto di Dio, che vuole salvare l’uomo, ma presenta anche alcune verità salvifiche, cioè che portano alla salvezza. Quello che ci riguarda molto da vicino è il cristianesimo, con cui la mistica acquista una nuova importanza e dimensione. Gesù stesso è il Mistagogo per eccellenza dei suoi apostoli, come leggiamo in  Mt 11,25-27. Il Mistero della salvezza è racchiuso nell’incarnazione, passione, morte e resurrezione di Cristo. Per ciò stesso è una religione soteriologica, improntata alla salvezza dell’uomo.Sotto questo aspetto, il cristianesimo si rifà alla Verità rivelata, che costituisce il pilastro portante della nostra fede.L’abluzione rappresenta la forma per eccellenza di purificazione morale. La ritroviamo in modo preponderante nel cristianesimo, a partire dal Battesimo di Gesù nelle acque del Giordano. Basti pensare al rituale battesimale, per comprendere la necessità di un rito, che è parte integrante della nostra vita. A una riflessione attenta, il cristianesimo poggia la sua essenza sulla Verità rivelata da Dio e sulla mistica, cioè il complesso delle iniziative e dei rituali, che si richiamano al Mistero della fede. Introdurre alla mistica, significa fare in modo che l’iniziato presdisponga la sua mente e il suo cuore ad accogliere la Parola, a farla propria, per esercitarsi ad essa e con essa, al fine  di creare l’unione mistica con Dio.

Alcuni principi metodologici

la conoscenza dei fatti e delle fonti, la consapevolezza e la coscienza .

La vita (1491),l’assedio di Pamplona (1521), le letture, la confessione generale a Monserrat(1522), l’abbandono degli abiti e la vestizione della tunica del penitente. La notte in ginocchio davanti al Santissimo sacramento e all’immagine della Madonna “la Moreneta”.Era la notte del 24 Marzo del 1522: la veglia, in cui Ignazio decide di donarsi tutto al Signore e alla Vergine Santissima. L’itineraio di formazione, gli anni di Manresa, anni proficui per la sua formazione. “Dio lo trattava allora come un maestro di scuola tratta un bimbo: gli insegnava”. la visione del Cardoner: “Si sedette un momento, rivolto verso l’acqua che scorreva in basso, e, stado l seduto,, cominciarono ad aprirglisi gli occhi dell’intelletto. Non già che avesse una visione,ma capi e conbobbe molte cose della vita spirituale, della fede e delle lettere, con una tale luce, che tutte le cose  gli parevano nuove. Egli non può spiegare i particolari che allora penetrò,benché fosssero molti;solo può dire che ricevette una gran luce nell’intelletto”. Giunge fino ad affermare: “tutte queste visioni allora lo confermarono e gli diedero una tale fermezza nella fede, che molte volte ha detto fra sé,  che, se anche non ci fosse la scrittura a insegnarci queste verità di fede, sarebbe pronto a morire per esse per ciò che ha visto”. Proprio a Manresa vengono gettate le basi degli E.S., che tuttavia non sono scritti in una sola volta, ma a tappe successive.  Dopo Manresa compie i primi studi ad Alcalà e Salamanca(1524-1527).  Poi alla Sorbonne(1528 - 1535)). I voti a Monmartre (1534). Il progetto: piano a) andare a Gerusalemme e mettersi al servizio delle anime; piano b) andare a Roma e mettersi al servizio del Papa. Prevale questa seconda strada ( e non a caso!). Ordinato sacerdote a Venezia (1534). Visione della Storta. Il Padre Lainez è con Iganzio e riferisce: Ignazio vide il Padre celeste che diceva al suo Figliolo che portava la croce:” io voglio che tu lo prenda per tuo servo. E Gesù, rivolto a Ignazio, disse:”Io voglio che ci serva. E aggiunse “  A Roma io sarò con voi.   Fondazione della Compagnia di Ges(1539). Approvazione (1540, Papa Paolo III). Approvaziione degli E.S. (1548). Le Costituzioni (1550). Morte di Ignazio ( 31 Luglio 1556). Beatificazione (1600, Papa Paolo V). Canonizzazione (1622,Gragorio XV).

La Compagnia di Gesù venne soppressa da Papa Clemente XIV  nel 1773 e ristabilita da Papa Pio VII il 7 Agosto del 1773. Motivo?  Oggi potremmo dire che fossero degli influenzers, perché molto gettonati, nel senso che erano ricercati dalle coorti (Russia e Prussia), conflitto con i protestanti, perché strenui assertori del Vangelo e delle Verità di Fede; non pagavano le decime ed era un ordine che cresceva a dismisura. Tutti fattori che deponevano in mdod negativo da parte dei loro detrattori, principi e regnanti compresi).

Uno sguardo sommario al piano degli E.S.

Gli E.S. coprono quattro settimane, corripondenti alle quattro parti in cui si dividono: a) considerazione e contemplazione dei peccati; b) vita di nostro Signore, fino al giorno delle Palme incluso; c) Passione di nostro Signore; d) Risurrezione e Ascensione, con i tre modi di pregare.

La cosapevolezza di quanto abbiamo fin quiu detto e letto, ci deve condurre a un approfondimento o perlomeno ad obbedire al senso di curiosità, nel significato positivo di ricerca. Solo quando avremo acquisito la consapevolezza piena, potremo anche avere coscienza  degli E.S. e saremo in grado di essere perfettamemnte liberi per intraprendere un percorso spirituale, che non vale solo per noi stessi, ma anche per quelli che vivono intorno a noi. Auspichiamo che molti intraprendano questo cammino, che sarà, se ben fatto, ricco di consolazioni.

                                              

                                                               Aldo Gervasio